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Incontro con Jean-Luc Nancy
Lecce, 2-3 maggio 2003
Il dottorato di ricerca in "Etica e antropologia",
coordinato dal prof. Mario Signore presso il Dipartimento
di Filosofia dell'Università di Lecce, in collaborazione
con l'Ambasciata di Francia, nello specifico del progetto
Unidiversité 2003, ha organizzato due giorni di incontri
con il filosofo Jean-Luc Nancy.
Gli incontri si terranno secondo il seguente calendario: venerdì
2 maggio, ore 10-12 e ore 16-18, aula Sp-2, edificio Sperimentale
Tabacchi; sabato 3 maggio ore 10-12, aula De Maria, palazzo
Codacci-Pisanelli; vi prenderanno parte, oltre a Mario Signore,
Roberto Esposito (Univ. di Napoli), Matteo Maiorano (Univ.
di Bari) e Patrick Talbot (Ambasciata di Francia). Jean-Luc
Nancy terrà una conferenza sul tema Le virtù
teologiche e l'essere-con.
Il nome di Jean-Luc Nancy è entrato di recente nel
catalogo dell'editore salentino Besa, che dell'autore francese
ha pubblicato un testo dal titolo Il ventriloquo (trad. it.
e cura di Fulvio Palese).

José Gil, Mostri.
Umanità e anormalità,
trad. di Marcello Sacco, Besa
Editrice, Nardò (LE) 2003
[titolo originale: Monstros, Lisboa, Quetzal, 1994]

La nostra pretesa di non era quella di fare un lavoro da storico
o "archeologo" della mostruosità; semplicemente
di mostrare come questa logica che la regge funzioni sotto
diversi regimi. Abbiamo così insistito sulla grande
trasformazione subita dalla mostruosità nel Rinascimento:
l'interesse per i parti mostruosi si impone totalmente, offuscando
le razze favolose. È lo stesso corpo dell'uomo a cambiare,
così come la sua rappresentazione e il suo modo di
vivere lo spazio e il tempo.
Ci siamo limitati a indicare la relazione tra questi straordinari
cambiamenti e quello che segna l'interesse per la mostruosità;
ma in maniera tale da aiutarci, forse, a comprendere quel
che succede oggi, su questo stesso piano, sotto i nostri occhi,
nei corpi e nel pensiero del corpo umano.
José Gil
Dalla quarta di copertina
Qual è la relazione tra ''mostruosità"
e "normalità" nel secolo di Kafka e della
genetica e qual era ai tempi dei bestiari fantastici? Quali
i confini tra umano e inumano o tra fisico e mentale nell'era
della psicoanalisi e in quella della teologia? Un'indagine
erudita e brillante che esamina la posizione e il peso avuti
dal mostro - inteso sia come individuo nato deforme, sia come
esemplare di una "razza diversa" - nel pensiero
occidentale. Dalle questioni di ermeneutica biblica alla svolta
cartesiana, gli uomini - dice Gil - hanno avuto bisogno dei
mostri per diventare umani. Controversa costruzione di un'identità,
testimoniata anche dai racconti di viaggiatori reali e immaginari
che, dai confini della Terra, descrivevano uomini con un solo
piede, Grifi, Antipodi, o magari gli Indios del Brasile, sulla
cui umanità o bestialità ancora ci si interrogava.
A dimostrazione, forse, che ogni teratologia, come ogni teologia,
è un'antropologia, un'incessante ricerca dell'"Altro".

JEAN-LUC NANCY, Visitazione (della pittura
cristiana),
a cura di A. Cariolato e F. Ferrari, Abscondita, Milano 2002,
pp. 96
[titolo originale: Visitation (de la peinture chrétienne),
Galilée, Paris 2001].
di Fulvio F. Palese
Visitazione (della pittura cristiana) è un libro il
cui senso è ben sintetizzato dal titolo. In esso, infatti,
opportunamente, Jean-Luc Nancy mette fra parentesi il nucleo
centrale di tutto il saggio: non si tratta tanto di un'analisi
del tema della Visitazione nella, ma di una vera e propria
Visitazione della pittura cristiana, nei diversi sensi in
cui questo genitivo può essere inteso. Il testo, infatti,
alla fine risulta essere più il resoconto di un'esperienza
(estetica) che l'analisi (filosofica) di un argomento teologico-pittorico;
la Visitazione (nel particolare caso di quella rappresentata
dal Pontormo sulla tela conservata nella chiesa di Carmignano,
Pieve di San Michele - 1528-29) è così intesa
come l'oggetto di uno spettatore, ma anche la condizione soggettiva
di questo. Lo spettatore "visita" il dipinto col
suo sguardo, ma allo stesso tempo sembra esserne guardato
e coinvolto in quanto attore, in un circolo continuo di dentro-e-fuori
che rappresenta il fulcro su cui è giocato, come vedremo,
l'intero libro.
Giustamente si legge nella postfazione dei curatori dell'edizione
italiana (Quel liquido splendore dei colori - pp. 57-65):
"La pittura, l'arte come Visitazione apre la presenza
stessa all'"in quanto" presenza, all'enigmatico
essere presente che è sempre al di qua o al di là
del suo esserci". L'immemoria, afferma Nancy, di ciò
che sempre precede e succede: "assenza propria di ogni
presenza", che in quanto immemorabile "non è
né da vedere né da dire", ma qualcosa "verso
cui non si cessa di procedere". La pittura, da questo
punto di vista, è sempre cristiana, sembra dire di
continuo hoc est enim corpus meum, così come accade
per ogni altra forma di arte plastica o visiva.
La Visitazione è un episodio del Vangelo di Luca [I,
39-56] di non grande importanza teologica. Esso si riferisce
alla visita che Maria, dopo l'Annunciazione, decide di fare
a sua cugina Elisabetta, la quale ha una gravidanza inaspettata
vista l'età avanzata. Il figlio che nascerà
da Elisabetta sarà Giovanni Battista. La scena si conclude
con Maria che (rispondendo alle parole di Elisabetta: "appena
il suono del tuo saluto è giunto alle mie orecchie,
il bambino è trasalito per l'esultanza nel mio seno")
recita quello che viene chiamato il Magnificat. La scena è
dunque completamente spirituale. "L'essenziale [Cristo
e il Battista] viene sottratto agli occhi e passa attraverso
le voci, attraverso un tocco di voce che fa trasalire l'intimo
e il non-nato nell'invisibile". È l'assenza che
viene messa in scena, ma anche la possibilità dell'impossibile
(le gravidanze delle due donne sono alquanto improbabili:
Maria è vergine ed Elisabetta è una donna anziana).
I due ventri si toccano senza toccarsi, si intrecciano ma
senza diventare mai un unico corpo.
Intendere l'arte come Visitazione significa esporre il suo
"essere sempre e comunque altro che viene a noi, che
appare, nella sua storicità, che si fa viso, che diviene
il qui di un al di là", che non rappresenta, ma
semplicemente è, che ci porta a pensare, seguendo Nancy
nella sua citazione di Lévinas, che "l'epifania
del viso è [sempre e comunque] visitazione". L'arte,
in questo senso, è un'eccedenza rispetto a ciò
che è prima o dopo, essa è "la nascita
della nascita".
Per l'Autore, però, la Visitazione del Pontormo sembra
offrire molto altro. Lo sguardo fisso verso lo spettatore
delle due serve (le uniche figure che si vedono di fronte)
fa sì che si instauri un regime di "mutua visitazione"
fra lo spettatore e il dipinto; esse lo cercano, lo visitano
a loro volta e lo coinvolgono nella scena, in un meccanismo
[questo lo aggiungiamo noi] tipico del Pontormo, ma anche
di Diego Velázquez (si vedano, ad es., Las meninas).
Ma il dentro/fuori che Nancy individua nel dipinto non è
solo legato allo sguardo delle due serve. Sulla sinistra del
quadro si vedono due "omuncoli", appena visibili,
piccoli "come le figure mostrate in utero da altre Visitazioni"
(delle quali il libro riporta le immagini in appendice). Si
tratta di due uomini dall'aria popolare, dei quali uno tiene
in mano un coltello e un pane e l'altro una bottiglia (probabilmente
di vino). Sono volutamente confusi nel fondo della tela, "come
i piccoli nel fondo dei ventri". Questo mostrare il pane
ed il vino significa mostrare una seconda volta l'incarnazione,
anche se in questo caso "in prossimità del sacrificio
e della morte". Dentro/fuori: vita/morte. La comunione
- della quale il pane ed il vino (corpo e sangue di Cristo)
sono i simboli - come segno di una presenza nascosta, nascosta
proprio perché esposta. Nancy legge questo esporre/sottrarre
come un notevole segno di "di sottrazione del religioso".
Ma tutto questo intrecciarsi e confondersi di umano e divino,
vita e morte, giovinezza e vecchiaia, spirito e corpo, per
Nancy "comincia e finisce nella pittura, in quanto pittura".
Tutto il quadro è come un ventre, esposto per la superficie
della sua tela e dei colori su di essa fissati. L'immemorabile,
il sempre-già-qui si confonde con la presenza, sospesa,
del quadro. È il levarsi del fondo sulla superficie,
il suo riemergere, il convertirsi e rassegnarsi ad una superficie
che continuamente e nuovamente cela.
La Visitazione (l'arte, dunque!) è la rappresentazione
di una presenza assente, morta prima ancora della nascita,
impossibile e possibile, carne in quanto spirito.
CODA - La Madonna del Parto di Piero della Francesca (1460
ca.). Un'apertura totale, uno squarcio "aperto a nient'altro
che all'apertura stessa dello spazio pittorico", contenuto
e contenente insieme. Tutto è nel fondo in quanto venuto
in superficie, "l'intimità ripiegata del soggetto
del quadro si spiega e si dispiega nel piano del quadro. La
tela, in questo senso, diventa "tagliente" di per
sé, squarciata proprio perché in quanto piano.
Un'esistenza infinitamente ritratta su di sé, eppure
infinitamente esposta a noi. Esempio estremo di questa forma
della pittura è individuato da Nancy nell'ultimo dei
dipinti riportati in appendice, quello di Simon Hantï
(...del Parto, 1975) nel quale l'intero dipinto si apre in
squarci senza mai diventare altro da sé, rimanendo,
appunto, "piano".
Nancy si sofferma più volte sul fatto che quello che
noi definiamo pittura cristiana non è semplicemente
una pittura a soggetto cristiano, che ne ritrae i concetti
o le scene. È il cristianesimo, all'inverso, che "fa
pittura", che dà corpo allo spirito (e nella Visitazione
questo è molto evidente): questo è "l'essenziale
di ciò che chiamiamo l'arte". La presenza reale
del cristianesimo, come quella dell'arte, è la presenza
che per eccellenza non è presente, "quella che
non è qui". È una pittura che dice: questo
è il mio corpo. Corpo in quanto assenza di un esser-ci
che è qui proprio perché è altrove.
Nancy afferma che la pittura (cristiana, in quanto pittura!)
possa rappresentare l'istanza più ampia del monoteismo
in genere, delle tre religioni monoteistiche: il Dio "cristiano"
propriamente detto, che si presenta nascosto, il Dio ebraico,
che si manifesta dall'indicibile e dall'invisibile, il Dio
musulmano, irriducibile ad ogni presenza. La Visitazione del
Pontormo potrebbe essere un quadro ebraico: mostra il Dio
proprio nella misura in cui questo è sottratto alla
presenza.
Significativo il rimando finale ai totalitarismi, di ogni
specie, (fascismo, comunismo, Auschwitz e Hiroshima), che
per Nancy hanno fallito proprio "nell'imporre il "qui"
dall'al di là, anziché inscrivere l'al di là
in quanto "qui"", di aver voluto pensare [questo
lo aggiungiamo noi seguendo una strada aperta altrove da Nancy
stesso] al compimento e alla chiusura di una comunità
già da sempre data.
Un unico appunto all'edizione italiana (non avendo consultato
quella originale francese): l'Appendice iconografica di cui
il testo è corredato è in bianco e nero. Non
di rado, durante la lettura del saggio, si ha bisogno di fare
ricorso ad altri testi che riportano le stesse fonti iconografiche
per vedere le immagini a colori, visto che spesso Nancy commenta
non solo le figure e le forme, ma anche i colori e le loro
sfumature.

biopolitica@ecotecnia.world

Il presente contributo prende spunto dall'articolo Note
sur le terme "biopolitique" di Jean-Luc Nancy,
di cui è, per certi aspetti, la parafrasi. Si rimanda,
pertanto, per ogni ulteriore approfondimento, a tale testo(1)
e ai numerosi luoghi dell'intera opera del filosofo francese
che hanno trattato (più o meno esplicitamente) il tema
della biopolitica.
A monte di tutto il discorso troviamo la classica distinzione
che Aristotele aveva operato fra zoè e bios
e cioè fra "nuda vita" e "forma vita";
la differenza, in altre parole, fra la vita semplicemente
vivente (biologica) e la vita come messa in gioco di un senso
o, come dice Nancy, di un "essere".
Ma è stato con Foucault che il termine biopolitica
ha assunto un significato rilevante e innovativo rispetto
al tradizionale rapporto fra politica e vita e, soprattutto,
fra potere e bios. Per quest'ultimo la parola designava
il fatto che, a partire dal XVIII secolo, il controllo delle
condizioni della vita umana è diventato espressamente
un affare politico (salute, alimentazione, demografia, esposizione
ai pericoli naturali e tecnici, etc.). Fino a quel momento,
il potere si era interessato poco ed aveva altri oggetti diretti
del suo esercizio: il territorio, innanzitutto, e la conservazione
del potere dinastico. Non c'è molto da aggiungere su
questa tesi storica, se non che richiederebbe, come afferma
Nancy, un esame più preciso di ciò che è
stato prima dei tempi moderni la preoccupazione biopolitica;
vi era, infatti, una politica del grano a Roma o una politica
delle nascite ad Atene, per esempio.
Rispetto ad un termine analogo come può essere quello
di "bioetica" è opportuno fare alcune precisazioni.
Quest'ultima, infatti, è il tentativo di un progetto
etico tendente a regolamentare le azioni derivanti dalle istanze
e dalle nuove possibilità delle tecniche biologiche
o di biotecnologia e non, invece, di pensare ad un'etica "globalmente
regolata sul bios". La bioetica, in altri temini,
sembra oggi cristallizzata su questioni che rimandano a decisioni
morali, spesso legate a presupposti di carattere religioso,
senza accettare che è ormai lo stesso concetto di vita
che viene ormai modificandosi in maniera esponenziale e che
la conservazione della vita umana passa sempre più
per la tutela della vita in generale. Ma questo è un
discorso che porterebbe lontano dal tema a cui qui si vuole
accennare.
Il nodo principale da sciogliere, dunque, riguarda il concetto
di vita naturale, della sua produzione e della sua conservazione,
motivo per cui non è detto che si riferisca alla vita
umana. L'uomo, nel contesto del bios, costituisce un
caso particolare. Esso si trova in uno status che non smette
di essere transitorio. Condizione che è il risultato
di una vita mai definitivamente data, esposta sempre al suo
altro, sull'orlo del baratro, buco nero (presenza/assenza),
che modifica e progetta le forme della sua conservazione.
In queste condizioni la vita "biologica" combatte
con la sua apparente negazione, con il totalmente altro da
sé e nel contempo incorpora e stabilisce condizioni
che saranno necessariamente "tecniche". Ecotecnia,
dunque.
Il bios - o la vita come "forma di vita",
come messa in gioco di un senso o di un "essere"
- si fonde nello zoè, la vita semplicemente
vivente, ma questa, in realtà, è già
diventata techne.
È evidente che oggi il controllo sulla vita da parte
dello stato riguarda sempre più le forme di "vita
naturale" e non soltanto le forme socialmente determinabili.
Tuttavia, è evidente che suddetta "vita naturale",
dalla sua produzione fino alla sua conservazione, i suoi bisogni
e le sue rappresentazioni, che si tratti di vita umana, animale,
vegetale o virale, è oramai inseparabile da un insieme
di condizioni "tecniche".
Di questa condizione generale del bios la politica,
che dunque non può non essere biopolitica, deve
tenerne conto, tendendo a formularsi come "globalmente
determinata per la vita". Non si tratta di una politica
che determina la vita, ma al contrario di una vita che determina
la politica o, al limite, della sfera politica come coestensiva
alla sfera della vita. Il bios è divenuto la
fonte di ispirazione di ogni sua azione. La tendenza autodissolutiva
della vita esige dalla politica che la si riduca a corpo,
l'unico elemento che essa può pensare di salvare.
Per Nancy la distinzione fra vita naturale e tecnica è
oramai del tutto inverosimile (vedi Corpus e L'intruso),
anzi si può dire che siano quasi la stessa cosa. "Finché
non avremo pensato fino in fondo la creazione ecotecnica dei
corpi come la verità del nostro mondo - e come
una verità che non è affatto da meno
di quelle che i miti, le religioni, gli umanesimi hanno rappresentato
-, non potremo dire di aver cominciato a pensare questo mondo
qui"(2).
Ciò che fa mondo oggi, è esattamente la congiunzione
di un processo ecotecnico illimitato e di un venir meno delle
possibilità di forme di vita e/o di fondamento comune.
Il mondo in queste condizioni, o la mondializzazione, è
solamente l'enunciato preciso e severo di questo problema.
Superando l'idea di Foucault per cui la politica da un certo
momento in poi ha cessato di arrogarsi il diritto di procurare
la morte e si è concentrata sull'idea di conservazione
della vita, "il rapporto fra politica e vita - come sostiene
Donna Haraway - passa ormai per un filtro biotecnologico che
ne scompone entrambi i termini prima di riaggregarli in una
combinazione inafferrabile da parte dell'apparato categoriale
foucaultiano"(3). Haraway, affermando
che non esiste più un corpo come dato biologico acquisito,
intende dire che la vita è ormai soggetta ad un processo
tecnico difficilmente riconducibile alle categorie socio-culturali
della modernità. Non si tratta di un concetto simbolico
o di un semplice prolungamento artificiale del corpo, bensì
di un corpo (questo corpo) che introietta qualcosa che assolutamente
non è corpo, provocando una sorta di "interruzione
dell'evoluzione biologica per via di selezione naturale e
la sua iscrizione in un differente regime di senso"(4).
Il soggetto non è più, dunque, un dato originario.
L'ecotecnica è la condizione di un'esistenza che non
coincide in tutto e per tutto con se stessa, per la quale
il termine postumano sembra oramai inevitabile.
La parola biopolitica non designa, in queste condizioni,
né la vita come forma di vita, né la politica
come forma di coesistenza. La biopolitica designa, altresì,
la simultaneità dei due termini, o la loro totale assenza,
intendendo con questo che essa è da inserirsi un contesto
di senso difficilmente riconducibile alle classiche categorie
dei due termini che la compongono.
FULVIO F. PALESE
(Università di Lecce)
________________________________
NOTE
1 L'articolo è contenuto in J.-L. Nancy, La création
du monde ou la mondialisation, Galilée, Paris 2002,
pp. 137-143.
2 J.-L. Nancy, Corpus, tr. it. Cronopio, Napoli 20012, p.
73.
3 R. Esposito, Immunitas, Einaudi, Torino 2002, p. 175.
4 Ivi, p. 177.


Tutto (o niente) in comune
Nota su Immunitas di Roberto Esposito
Phàrmakon: rimedio, ma anche veleno; la vita, ma anche il
germe della sua negazione; un vaccino, insomma, che per curare
deve contenere parte del male che vuole combattere. Questo
principio medico, ma anche giuridico nella sua accezione immunizzante
(metafora, ma fino ad un certo punto!), sintetizza efficacemente
il senso del concetto di biopolitica che emerge dall'ultimo
libro di Roberto Esposito dal titolo emblematico: Immunitas.
Protezione e negazione della vita (Einaudi, 2002).
Roberto ESPOSITO
È difficile riportare tutta l'esposizione e l'analisi che
l'autore fa a proposito della dinamica comune-immune.; una
cosa, tuttavia, va necessariamente detta e sottolineata: il
grande pregio del libro è quello di "fare filosofia" a partire
dalle istanze e dalle emergenze dell'attualità, senza però
tralasciare questioni più fondative provenienti dal pensiero
filosofico moderno. E questo perché Esposito "è" un filosofo
dei nostri tempi, della contemporaneità. Immunitas: finito
di stampare nel gennaio 2002, rappresenta sicuramente una
delle chiavi di lettura più efficaci di quanto è successo
l'11 settembre a New York e delle conseguenze economico-politiche
che tale avvenimento ha provocato. L'immunizzazione, infatti,
sembra essere una delle pretese più forti che l'attuale situazione
planetaria impone: corpo vivente, la com-munitas - che per
un verso vive l'apertura della globalizzazione - cerca di
difendersi dai corpi estranei, dalla minaccia del contagio
che proviene sempre più spesso dal suo interno, compromettendosi
nel suo (apparente) contrario: l'im-munitas. Ed infatti, non
è forse il pericolo che sia qualcosa che proviene ed accade
al proprio interno a rendere il terrorismo internazionale
fonte angosciosa di paura? E il rimedio, la guerra, non sarà
un tentativo di espulsione del diverso che provocherà, in
ogni caso, la sua riproduzione? Si tratta di un venire a contatto
di corpi, di un corpo che non riesce ad essere altro che a
corpo. Non più metafora, il corpo diventa il luogo del senso
di ogni azione politica. La dialettica comune/immune sembra
dunque indissolubilmente legata ai nostri tempi. Un esempio
per tutti: la rete telematica. L'allargamento totale della
comunicazione fa i conti con il contagio dovuto ai circa trenta
nuovi virus che ogni giorno vengono scoperti e che è la rete
stessa ad attivare e a riprodurre. Hanno bisogno di essa per
vivere, così come i virus che attaccano l'organismo umano
hanno bisogno dell'uomo. Negli Stati Uniti, come rileva Esposito,
la cifra stanziata per contrastare i virus telematici è quattro
volte superiore a quella utilizzata per fronteggiare l'Aids
(una piaga, ma anche un'altra delle metafore più rappresentative
del nostro tempo). Lo stesso attacco alle due torri sembra
che sia stato possibile (anche) grazie ad un virus che pochi
giorni prima aveva paralizzato la rete di sicurezza statunitense.
Virtuale e reale: senza distinzione. Un meccanismo distruttivo
e creativo allo stesso tempo, di nascita e di morte, che sembra
sempre più interessare le nostre civiltà, nel loro essere
(composte da) corpi biopolitici, nel nuovo senso in cui i
due termini giustapposti che compongono la parola bio-politica
non designano né la vita, come forma di vita, né la politica,
come forma di coesistenza. La biopolitica rappresenta, altresì,
la loro simultaneità, o la loro totale assenza... E questo
perché "se il corpo è il luogo privilegiato di dispiegamento
della vita, esso è anche quello in cui più che altrove si
avverte l'incombenza della morte". Una dialettica giunta ormai
al suo limite, "al di là del quale si apre la drammatica alternativa
tra un esito autodistruttivo e una possibilità ancora inedita
che - inscrivendo l'evoluzione in un differente regime di
senso - ha al centro un nuovo pensiero della comunità".
Fulvio
F. PALESE
(Università di Lecce)

RASSEGNA WEB
Giorgio Agamben
http://www.marcobaldino.com/studi/agamben.html
Science, Technology, and Medicine - Signifiers of Identity
http://it.stlawu.edu/~hmarsh16/cyborgseigthpage.html
Donna Haraway, Manifesto Cyborg
http://www.stanford.edu/dept/HPS/
Haraway/CyborgManifesto.html
Donna Haraway, Biopolitics of Postmodern Bodies
http://www.limmat.ch/~koni/texte/biopolitic.html
Sherwood Tribune - Biopolitica
http://www.sherwood.it/sherwoodcomunicazione/sherwoodtribune/numero02/index.htm
SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia
http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/swif_rs.htm
http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/020222b.htm
http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/020330d.htm
Bollettino telematico di filosofia politica, Aut aut
http://bfp.sp.unipi.it/riviste/autaut.htm

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