Quale etica per la Scienza?Note e discussioni
(Valeria Venneri )

E. Morin, I sette saperi necessari all'educazione del futuro (1999)
(Valeria Venneri)

Sfida della complessità e pensiero meridiano
(Valeria Venneri)

La danza delle forme e delle storie
(Telmo Pievani)

Gruppo di ricerca interdisciplinare sulla complessità - G.R.I.CO.

E. Morin, Il Metodo. L'identità umana V, (2001), trad. it. di S. Lazzari, Raffaello Cortina , Milano, 2002, pp.291

Semplificazione e Complessità.
Introduzione al pensiero di Edgar MORIN

Programma di iniziative scientifiche

Il metodo in vivo: Costruzione del reale e dell'etica
(Alfredo Pena-Vega
)

Centro di studi transdisciplinari, sociologia, antropologia, storia, EHESS/CNRS.

QUALE ETICA PER LA SCIENZA?
NOTE E DISCUSSIONI

di Valeria Venneri

"Il contrario di una verità profonda non è
un errore, ma un'altra verità profonda".
Pascal


La tesi della non pertinenza dei giudizi di valore sulla attività scientifica sembra essere stata abbanbonata, oggi che questioni ineludibili e assolutamente ambivalenti per i futuri sviluppi dell'umanità mettono all'erta l'uomo per l'uomo.
Il prometeismo, come potenzialità implicita nella natura umana, ha informato di sé ogni prassi quotidiana dell'homo creator che inesorabilmente muove i suoi passi sempre più speditamente verso le barriere della vita intesa nella sua globalità.
Mostruose possono essere le possibilità che oggi le scienze biomediche serbano in sé; aberrante può diventare il carattere utopico delle azioni della tecnica moderna.
Se, infatti, agli albori dell'evo moderno la tecnica era in qualche modo ancella della scienza, che abbisognava di tecniche per sperimentare e verificare, oggi è la tecnica che necessita della scienza per manipolare, innescando un processo i cui poteri diventano sempre più titanici. Poteri che, pur derivando dai laboratori degli scienziati, sono completamente concentrati nelle mani dei dirigenti delle imprese o dei poteri statali, tanto da generare una inaudita interazione tra ricerca e scienza. Il nuovo sapere scientifico, prigioniero dei miti riduzionisti, "sembra fatto sempre meno per essere riflesso e discusso dalle menti umane, sempre più per essere engrammato in memorie di informazione, manipolate da poteri anonimi in primo luogo dagli stati", come denuncia Edgar Morin (1993).
Una critica rivolta non solo all'oscurantismo scientifico in cui vengono lasciati i problemi umani, ignorati dagli stessi studiosi, monopolizzati spesso da dottrine ottuse, ma soprattutto alla violazione del limite dell'etica della conoscenza, frontiera oltre la quale "l'albero della conoscenza scientifica rischia di crollare sotto il peso dei propri frutti, schiacciando Adamo, Eva e il malcapitato serpente" apportando in sé morte generalizzata". (E.Morin,1988)
Così, la miccia della crisi della civiltà contemporanea, che è stata innescata da azioni sempre più scriteriate, propaga la sua fiamma determinando processi sempre più catastrofici per qualsiasi forma di vita, non solo presente ma anche futura, come constata H. Jonas. (Il principio responsabilità ,1990)
L' irresistibile Prometeo ormai senza catene, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l'economia imprime un impulso incessante, "esige un'etica che mediante auto-restrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l'uomo". Le promesse della tecnica moderna si sono oggi trasformate in minaccia, osserva H. Jonas, e lanciano la più grande sfida che sia mai venuta all'uomo dal suo stesso agire.
Ma quali sono state le cause che hanno determinato la decadenza dell'agire umano fino a questo punto cieco?
Husserl, nella celebre conferenza sulla crisi della scienza europea, ha analizzato la "crisi" della scienza moderna ravvisandola non tanto nella scientificità stessa dell'opus scientifico, quanto nella sua perdita dei "contatti con la dimensione dei bisogni, delle emozioni, degli scopi, dimenticando che l'origine, il significato, il fine di tutte le attività umane è l'uomo stesso". (Husserl, 1936) La scienza, così intesa, non ha più niente da dire sulla ragione e sulla non ragione, sul senso e sul non senso dell'esistenza umana nel suo complesso, perché essa astrae da qualsiasi soggetto, tormentato dai nostri tempi, in balia del destino. E perciò appare fondamentale il ritorno della scienza al mondo della vita (Lebenswelt) , il ritorno dell'uomo a sé stesso, sebbene tutto ciò non debba essere inteso come un rifiuto della tecnica e della scienza, bensì come una volontà di recupero da parte di queste dei significati e dei fini del loro operare.
N. Abbagnano, a tal proposito, ha scritto che è necessario comprendere la tecnica e la scienza nella loro formazione storica e nella loro realtà effettuale, "considerarle nei loro procedimenti effettivi e dal punto di vista delle possibilità umane da cui traggono origine […]. I pericoli oggi derivati dalla tecnica e dalla scienza, non si combattono con prediche, profezie e miti, ma solo trovando e mettendo a prova altre tecniche di convivenza umana, che gli antichi chiamavano saggezza e la cui ricerca è sempre stata il compito della filosofia".
Tuttavia oggi assistiamo ad un pauroso deficit di saggezza da cui deriva il profondo e vertiginoso disagio della civiltà contemporanea in balia del "rischio prevedibile e misurabile del totale stravolgimento dell'uomo, e non solo del suo destino e della sopravvivenza, ma della sua immagine e dell'integrità dell'essere [...]". (M.Signore,1995)
J. Habermas nel suo ultimo saggio Il futuro dell'umanità. I rischi di una genetica liberale, spinge la riflessione sulle conseguenze derivanti da una genetica liberale nella struttura complessiva della nostra esperienza morale, fino al punto di preconizzare la possibilità di "giustificare la tutela di predisposizioni genetiche integre, non manipolate, facendo appello alla indisponibilità (Unverfügbarkeit) dei fondamenti biologici della nostra identità personale".(J. Habermas, 2002 ) L'ingegneria genetica, mirante alla selezione e alla modificazione delle caratteristiche ereditarie sposta il confine che separa l'indisponibile base naturale dal "regno della libertà", in altri termini tra ciò che noi siamo e ciò che noi facciamo della nostra eredità genetica a partire dalla nostra responsabilità. Il ricorso all'etica del genere diviene la strategia concettuale da cui dipende la moralizzazione della natura umana intesa come autoaffermazione della comprensione esistenziale dell'uomo su cui tutti i cittadini possono ragionevolmente convenire. Cercando, dunque, di collegare la morale del poter-essere se-stessi (Kierkegaard) alla morale dell'autolegislazione universale (Kant), Habermas giunge a una teoria morale come realizzazione reciproca di individualizzazione e universalizzazione. Cosicché il progetto habermasiano sembra coincidere con un recupero della tradizione, ovvero l'idea di modernità come recupero critico del passato.
Tuttavia non è forse velleitario il voler ricostituire una base stabile, un'unità di senso capace di ricomporre un significato unitario dell'esistenza? Inoltre, non è forse vero che le potenzialità di una genetica liberale hanno già modificato i fluttuanti confini dell'identità personale erodendo lo stesso "principio di realtà" e aprendo nuovi modelli di esistenza"? Il rischio è sempre quello di cadere nella tentazione di definire una nuova ortodossia, di voler stabilire un denominatore comune per ridurre l'ineliminabile complessità di prospettive, linguaggi e paradigmi di vita. Non esiste, come scrive Rorty, un vocabolario decisivo, un "metavocabolario" neutrale e universale ma solo "ri-descrizioni della realtà" per mezzo di vocabolari umani. ( R. Rorty, 1986). Occorre, dunque, prendere atto della difficoltà di ipostatizzare una prospettiva etica, origine di pericolosi contrasti e pensare ad un'etica che muove da un piano più realistico ed empiricamente fondato. (E. Lecaldano, 1995) Di grande interesse e originalità, in relazioni a tali questioni, è la proposta di Edgar Morin che attraverso un'analisi complessa delle relazioni bio-antropo-socio-logiche giunge ologrammaticamente a pensare un'etica complessa definita in relazione alla definizione complessa del genere umano che si declina nella triade individuo/società/specie e che si autonomizza senza cessare di dipendere dalle condizioni storiche, sociali, culturali e psichiche in cui appare.
( E.Morin ,1999)
L'etica complessa è dunque un'auto-etica che si fonda esclusivamente su se stessa ; è un'etica del rischio che ritrova dentro di sé l'incertezza e la contraddizione, che si sviluppa intorno a due nodi imprescindibili di complessità.
Il primo è quello detto dell'ecologia dell'azione. Esso ci indica come ogni azione sfugga talvolta in misura crescente alla volontà del suo autore, entrando nel gioco inter-retro-attivo dell'ambiente in cui si verifica correndo il rischio che non solo l'azione fallisca, ma soprattutto che il senso iniziale dell'azione venga del tutto travisato e che essa finisca per rivolgersi contro i suoi promotori. Questo primo fattore di complessità richiama, per Morin, due questioni importanti:
1) la coscienza della scommessa, perché un'azione etica è sempre una scommessa;
2) l'introduzione di una strategia per condurre l'azione in funzione degli eventi e delle informazioni che si possono ricevere in fieri.
Il secondo nodo di complessità è il problema delle contraddizioni. L'auto-etica non elude i conflitti tra i doveri e non fornisce alcun imperativo categorico valido in ogni circostanza. I veri problemi etici sorgono da imperativi contrapposti che agiscono simultaneamente, come per esempio la contraddizione tra dovere egocentrico, dovere genocentrico e dovere sociocentrico. Ne deriva che esistono tre etiche: un'etica per sé, un'etica per la società e un'etica per il genere umano, universale concreto. Queste tre etiche, se pur distinte, non sono separate ma si implicano reciprocamente. Conseguenza logica dell'etica per sé, se implica l'auto-critica, è necessariamente un'etica per l'altro, perché l'auto-riflessione, l'autocoscienza, l'auto-critica permanente fuggono il rischio di self-deception e di self- illusion che talvolta generano auto-giustificazione cieca. Morin reputa l'auto-esame critico il miglior mezzo contro ogni l'illusione egocentrica e ogni simulacro interiore spesso scolpito per sé. Forse ripristinare l'esercizio dell'auto-riflessione potrebbe portare a conseguenze etiche fondamentali.
Un'altra dimensione importante dell'auto-etica è la comprensione. Comprendere se stessi aiuta a comprendere la complessità umana e di conseguenza a comprendere gli altri. È per questa ragione che, oggi più che mai, è necessario che l'educazione si riappropri della sua missione propriamente spirituale: insegnare la comprensione come condizione e garanzia della solidarietà intellettuale e morale dell'umanità, come arte di vivere che richiede innanzitutto di cum-prehendere l'altro in maniera disinteressata, da soggetto a soggetto senza scomunicare e anatemizzare al fine di umanizzare le relazioni umane per salvare l'Umanità realizzandola. (Morin ,2001)
Vi sono però due livelli di comprensione: uno generale per cui comprendere significa "abbracciare" (complector) la complessità dei fatti dall'esterno; uno particolare che concerne la complessità umana. Questa richiede un movimento affettivo di empatia e di simpatia, di partecipazione e di comprensione autentica dell'altro. Vi sono, tuttavia due fonti di incomprensione molto pericolose: una è l'etnocentrismo che genera l'autogiustificazione all'interno di una comunità chiusa, eludendo ogni possibilità di comprensione in nome di una logica paranoica e manichea. L'altra fonte di incomprensione è l'egocentrismo che erge gli individui a giudici di ogni cosa, e che crea incolmabili distanze tra gli uni e gli altri in tutti gli ambiti della vita quotidiana. Per comprendere la complessità dei valori e del pensiero occorre vincere ogni visione manichea e accettare la tribolazione delle contraddizioni perché come ha scritto anche Pascal "il contrario di una verità profonda non è un errore, ma un'altra verità profonda".Spesso gli errori di percezione, di valutazione, di strategia sono considerati alla stregua di colpe morali. Morin crede necessario prendere coscienza che ogni conoscenza comporta il rischio dell'errore ma, nello stesso tempo, capire che chi sbaglia non va punito ma educato, stimolato, condotto ad acquisire una migliore capacità di valutazione. Tutto ciò è molto vicino a quello che Socrate predicava nel V secolo a.C. quando nel Fedone (115e) afferma: "Sai bene, mio ottimo Critone, che parlare scorrettamente non è solo un errore nei confronti dello stesso discorrere, ma è anche far radicare il male nelle anime". La coscienza dell'errore può aiutare a non perseverare, a non confondere il moralismo con la morale, a non confondere la normalità con la norma. ( E. Morin, 1992) Alla luce della proposta miriniana, ci si può chiedere che fare dinanzi al titanismo della tecnica, allo sviluppo scatenato dell'economia, alla potenza della ricerca scientifica Un punto di vista etico che non intenda risolversi in moralismo astratto, in esaltazione del ricordo di una Arcadia felice ( mondo che non c'è più), dovrebbe vincere la tentazione riduzionista di partecipare al mito della scienza o al mito dell'anti-scienza, al mito della tecnica o al mito dell'anti-tecnica, allo scopo di cercare, più volentieri, di comprendere la tecnica e la scienza quali forme di intervento globale dell'uomo su se stesso e sul mondo, nella loro formazione storica. Non basta più, come sostiene E. Agazzi (1992), una semplice sovrapposizione dell'impegno etico sull'impegno scientifico ed epistemologico, occorre invero modificare i vecchi quadri di riferimento di fronte alla natura etica dei problemi che sollevano al loro interno le scienze contemporanee. Non si tratta più di ratificare il mondo dei valori separato dal mondo dei fatti, ma di agire in base ad un postulato di interazione fra conoscenza e azione, fatti e valori ed elaborare nuove forme di conoscenza su problemi che emergono continuamente e intorno a fatti che divengono. Di qui ha origine la necessità di ridefinire il senso e la funzione delle nozioni di soggetto cosciente, di sapere scientifico, di responsabilità, di validazione, attraverso un metodo interdisciplinare che renda la scienza e la tecnica più coerenti al loro oggetto e più attente alle istanze del soggetto-osservatore che interpreta e trasforma il reale (P. Quattrocchi, 1984). E qui che si viene a porre il legame tra etica - scienza - complessità come problema epistemologico, bio-antropologico e socio- culturale. La scienza, nel suo sviluppo, nella sua storia, nel suo divenire, in tutte le sue angolazioni è sempre un prodotto dell'azione dell'uomo, la quale si caratterizza come un complesso bio/antropologico e socio-culturale (E. Morin, 1973). Indice questo dell'esigenza di una conoscenza multidimensionale dei diversi livelli di realtà e di un'etica della scienza come sapere di frontiera, all'incrocio di una vastità di problemi scientifici, epistemologici, socio-antropologici, che sia in grado di rispondere alla urgenti sfide della complessità. "Ci troviamo in un mondo, scrive M. Cini (1998), di processi evolutivi, irreversibili nei quali si intrecciano caso e necessità, dove occorrono soprattutto saggezza, prudenza e solidarietà per far fronte alle conseguenze impreviste delle nostre scelte e per non far ricadere irresponsabilmente sulle generazioni future l'onere dei nostri debiti. Il paradiso nel quale credevamo di vivere è svanito, più presto ce ne accorgeremo, meglio sarà".


NOTA BIBLIOGRAFICA

Questa breve bibliografia, relativa ai pensatori trattati, si riferisce alle sole opere citate nell'articolo.


ABBAGNANO N., La saggezza della filosofia, ed. Bompiani, Milano, 2000.
AGAZZI E., Il bene, il male, e la scienza. Le dimensioni etiche dell'impresa scientifico-tecnologica, Rusconi, Milano, 1992.
CINI M., Un paradiso perduto, Feltrinelli, Milano, 1998.
HABERMAS J. Die Zukunft der menschlichen Natur. Auf dem Weg einer liberelen Eugenik?, Suhrkamp, Frankfurt, 2001; trad. it., Il futuro della natura umana Irischi di una ganetica liberale, Einaudi, torino, 2002.
HUSSERL E. , Die Krisis der europäischen Wissenschaften,L'aja, 1959; trad. it., La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano, 1997.
JONAS H., Das Prinzip Verantwortung, Frankfurt, 1979; trad. it., Il principio responsabilità, Torino, Einaudi, 1990.
LECALDANO E. Etica, in La filosofia, diretta da P. Rossi, vol. III, Le discipline filosofiche, UTET, Torino, 1995.
MORIN E., Introduction à la pensée complexe, ESF, Paris, 1990, trad. it., Introduzione al pensiero complesso, Ed. Sprling & Kupfer, Milano, 1993.
MORIN E., Le paradigme perdu: la nature humaine, Paris, Ed. du Seuil, 1973; trad. it., Il paradigma perduto: che cos'è la natura umana?, Milano, Feltrinelli Ed., 1994.
MORIN E., Les sept savoir nécessaires à l'éducation du futur, Unisco, Paris, 1999; trad. it., I sette saperi necessari all'educazione del futuro, Raffaello Cortina, Milano, 2001.
MORIN E., Mes démons, Ed. du Seuil, Paris, 1998; trad. it., I miei demoni, Meltemi, Roma, 1999.
MORIN E., Science avec conscience, Fayard, Paris, 1982; trad. it., Scienza con coscienza, Franco Angeli, , Milano, 1988.
MORIN E., Science avec conscience, Fayard, Paris, 1982; trad. it., Scienza con coscienza, Franco Angeli, , Milano, 1988.
MORIN E., Tesi sulla scienza e l'etica, in Trattato di bioetica (a cura di F. Bellino), Levante , Bari,1992
PLATONE,Il Fedone, 115 e trad. it.di G. Capone Braga,La nuova Italia, Firenze, 1967
QUATTROCCHI P., Etica scienza complessità. Etica della scienza e filosofia della natura nell'epistemologia della complessità, Franco Angeli, Milano, 1984.
RORTY R., Philosophy and the mirror of nature, Copyright, Princeton, 1979; trad. it., La filosofia e lo specchio della natura, Bompiani, Milano, 1986.
SIGNORE M., Questioni di etica e di filosofia pratica, Lecce, Milella Ed., 1995.

E. Morin, I sette saperi necessari all'educazione del futuro (1999), trad. it. di S. Lazzari, Raffaello Cortina, Milano, 2001, pp.122.

Ultimo di una "trilogia pedagogica", il libro riprende e sviluppa idee e formulazioni già esposte in La testa ben fatta (1999), trad. it. di S. Lazzari, Raffaello Cortina, Milano, 2000 e Relier les connaissances, Seuil, Paris, 1999, enucleando ed esplicitando i sette problemi fondamentali, che devono necessariamente entrare nei nostri insegnamenti, per integrare le discipline esistenti e per "stimolare gli sviluppi di una conoscenza atta a raccogliere le sfide della nostra vita individuale, culturale e sociale" (p.7). Sempre più convinto della necessità di una riforma del pensiero, quindi di una riforma dell'insegnamento, E. Morin pensatore e scrittore non conformista, iconoclasta e fautore di una conoscenza multidimensionale dei fenomeni umani, con argomentare libero e antisistematico, tesse, in questo luminoso volume, una attenta disamina delle finalità che l'insegnamento dovrebbe perseguire per divenire "educativo", per essere cioè in grado di trasmettere una cultura che permetta di comprendere la condizione umana e di viverla e che insegni ad "accettare la parte prosaica e a vivere la parte poetica delle nostre vite" (cfr. La testa ben fatta, p.3).
Attraverso l'indagine e la problematizzazione dei sette saperi necessari all'educazione del futuro, l'Autore propone una illuminante riflessione sulla conoscenza della conoscenza, problema cruciale di un'educazione affetta da cecità, sui caratteri cerebrali, mentali e culturali della conoscenza umana, sulle sue disposizioni psichiche che la inducono costantemente a rischiare l'errore e l'illusione, al fine di armare ciascuno nel combattimento per la lucidità e di riorganizzare il nostro sistema mentale per riapprendere ad apprendere. Interprete di una profonda esigenza di revisione epistemologica del pensiero contemporaneo, Morin ha il merito di aver prodotto uno dei massimi tentativi di sintesi conoscitiva del nostro tempo, attraverso la disintegrazione e la successiva ricomposizione delle principali dicotomie che hanno accompagnato il sapere dell'uomo dal positivismo fino ai nostri giorni, collocandosi in quella corrente di pensiero che indica l'emergere della complessità come principio generale, esplicativo nella teoria della scienza e della conoscenza. Il pensiero complesso sorge dalla riflessione sulla totalità del mondo contemporaneo, peculiarità del modello di riflessione francese che oscilla tra l'idea di un certo primato della scienza sulla filosofia di tipo tradizionale e l'idea di una compiuta sintesi o "preliminare indistinzione" tra filosofia e scienza, negandone qualsiasi principio di distinzione.
Da Bachelard a Serres, infatti, le teorie scientifiche vengono considerate in termini di "costruzioni" ipotetico-convenzionali suscettibili di valutazioni estetiche, sottolineando la valenza del compito creativo ed escogitativo del lavoro scientifico. Pur diramandosi in più linee tematiche, la problematica del rapporto scienza-filosofia, in parte, giunge ad incontrarsi in un comune sfondo ermeneutico ed interpretativo che attraverso Bachelard, lo strutturalismo, gli sviluppi della cibernetica e della logica computazionale sfocia in quel particolare connubio di scienza e filosofia che è "l'epistemologia della totalità complessa" o "epistemologia sperimentale". "Con E. Morin le diverse prospettive e ragioni della complessità trovano un'integrazione e si mostrano i loro punti di contatto con la tradizione filosofica" ( cfr. F. D'Agostini, Analitici e continentali, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997, p. 450). L'esigenza della svolta epistemologica si riallaccia alla messa in guardia contro la chiarificazione, la semplificazione e la riduzione affrettata che hanno prodotto la "schizofrenica dicotomia" tra le scienze della natura e le scienze dello spirito, tra la cultura umanistica e la cultura scientifica. La conoscenza odierna, prigioniera dei miti riduzionisti e semplificatori, denuncia l'Autore, "sembra fatta sempre meno per essere riflessa e discussa dalle menti umane, sempre più per essere engrammata in memorie di informazione, manipolate da poteri anonimi, in primo luogo dagli Stati" (cfr. Introduzione al pensiero complesso, Milano, Speling & Kupfeer, 1993,p. 9). Il sapere contemporaneo è sempre più lasciato in balia di una massiccia e prodigiosa ignoranza, ignorata dagli stessi studiosi che gettano i problemi umani non solo nell'oscurantismo scientifico, ma anche fra le pagine di dottrine ottuse che ne monopolizzano la scientificità. "Di fatto l'iperspecializzazione impedisce di vedere il globale (che frammenta in particelle) nonché l'essenziale (che dissolve). Essa impedisce anche di trattare correttamente i problemi particolari che possono essere posti solo nel loro contesto [...]" (p. 41). Tutta colpa di un'intelligenza resa cieca dalle patologie di una conoscenza che separa, centralizza, gerarchizza mediante principi sovra-logici, occulti che governano sovrani sulla visione delle cose e del mondo, controllando il pensiero che si fonda sul loro impero. Questa cecità fa parte della nostra barbarie, ci fa capire che siamo ancora nella preistoria della mente umana, nell'era barbara delle idee, dove la patologia dell'idea è nell'idealismo, la malattia della teoria è nel dottrinarismo e nel dogmatismo, la patologia della ragione è nella razionalizzazione. Sintomaticamente, quindi, la realtà risulta da una parte occultata dall'idea, dall'altra pietrificata nella teoria, nonché rinchiusa in un sistema di idee parziale ed unilaterale "inconsapevole dell'irrazionalità di una parte del reale, quanto della missione della razionalità che consiste nel dialogo con l'irrazionalità" (cfr. ivi, p.12). In questo delirio logico si negano gli elementi che contraddicono la teoria e si accettano solo quelli che le si adattano, sotto l'egida del principio di disgiunzione, riduzione e astrazione che Morin definisce: paradigma di semplificazione.
"Il gioco della verità e dell'errore, scrive, infatti, l'Autore, non si gioca solo nella verifica empirica e nella coerenza logica della teoria. Si gioca anche in profondità nella zona invisibile dei paradigmi" (p.23) che irrigano il pensiero cosciente e lo controllano. Solo un paradigma complesso di implicazione/ distinzione/ congiunzione permetterebbe di rinunciare al mito della chiarificazione totale e della disgiunsione-riduzione del reale facendo comprendere il tessuto reale di ogni fenomenica manifestazione che si esplica nel principio dell'Unitas Multiplex.
Pertanto, la sfida più urgente da affrontare per vincere l'inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra i nostri saperi disgiunti, frazionati, compartimentati e problemi sempre più polidisciplinari, trasversali, transnazionali, globali e complessi è la riforma del pensiero: una riforma non programmatica ma paradigmatica, che concerne la nostra attitudine a organizzare la conoscenza. Si tratta, quindi, di comprendere il legame tra l'unità e la molteplicità, le parti e il tutto, il tutto e le parti e le parti tra di loro, per promuovere una conoscenza capace di cogliere i problemi globali e planetari per inscrivere in essi le conoscenze parziali e locali. Si tratta di comprendere la condizione umana, di interrogare in primo luogo la nostra situazione nel mondo, di organizzare le conoscenze disperse nelle scienze della natura, nelle scienze umane, nella letteratura, nella filosofia per mostrare il legame indissolubile tra l'unità e la diversità di tutto ciò che è umano. E' urgente che l'educazione si riappropri della sua missione propriamente spirituale: insegnare la comprensione come condizione e garanzia della solidarietà intellettuale e morale dell'umanità, come arte di vivere che richiede innanzitutto di cum-prehendere l'altro in maniera disinteressata, da soggetto a soggetto senza scomunicare e anatemizzare al fine di umanizzare le relazioni umane per salvare l'Umanità realizzandola. E' in questa prospettiva che l'Autore pone alla base di ogni insegnamento educativo una grande finalità: l'Umanità come nozione etica radicata in una Terra- Patria, come comunità di destino, come ciò che deve essere portato a compimento da tutti, in tutti e in ciascuno."L'educazione -scrive Morin- dovrà fare in modo che l'idea di unità della specie umana non cancelli l'idea della sua diversità e che l'idea di diversità non cancelli l'idea della sua unità. Vi è una unità umana. Vi è una diversità umana. L'unità non è solo nei tratti biologici della specie homo sapiens. La diversità non è solo nei tratti psicologici, culturali, sociali dell'essere umano. Vi è anche una diversità propriamente biologica in seno all'unità umana; vi è unità non solo cerebrale ma anche mentale, psichica, affettiva, intellettuale" (p.56). Comprendere l'umano significa comprendere la sua unità complessa: l'unità nella diversità, la diversità nella sua unità. L'essere umano è nel contempo uno e molteplice, come un punto di un ologramma porta in sé il cosmo. "Ogni essere, anche il più chiuso nella più banale delle vite, costituisce in sé stesso un cosmo. Porta in sé la proprie molteplicità interiori, le proprie personalità virtuali, una infinità di personaggi chimerici, una poliesistenza nel reale e nell'immaginario, nel sonno e nella veglia, nell'obbedienza e nella trasgressione, nell'ostentato e nel segreto; porta in sé brulichii larvali in caverne e abissi insondabili" (p.58). Esaminare e studiare la complessità umana potrebbe aiutare a comprendere il destino a molte facce dell'umano, il destino della specie umana, tutti i destini mescolati e inseparabili, i comuni problemi planetari di vita e di morte che pongono l'umanità nell'incertezza. L'educazione dovrebbe insegnare "ad attendere l'inatteso" per riconoscerlo e affrontarlo e a navigare nell'oceano delle incertezze attraverso arcipelaghi di certezza, facendo tesoro dell'insegnamento di Euripide, antico venticinque secoli ma più attuale che mai: "l'atteso non si compie, all'inatteso un dio apre sempre una porta".
Utile strumento per chi vuole prendere in mano la questione della propria educazione, questo piccolo testo fulgido, sintesi di tutta un'opera e di tutta una vita, costituisce ad un tempo una suggestiva lettura caratterizzata da una brillante scrittura e una reazione contro la drammatica afasia dei nostri insegnamenti rinchiusi sempre più nei vertiginosi alveoli disciplinari che frammentano il reale abbandonando ogni individuo al proprio smarrimento. Partendo dalla necessità di riorganizzare il tessuto cognitivo e gnoseologico, per apprendere ad apprendere, Morin, rispondendo ad una proposta dell'UNESCO, dimostra come la complessità del cosmo sia anche la complessità di "sapiens/demens", come la stessa complessità abbia forgiato la storia instabile ed incerta, come quella complessità stia alla base di un fondamentale bisogno di ripensamento, riradicamento, rifondazione dei principi che governano il nostro essere esistenzialmente legati ad un destino comune, planetario, tellurico.


Valeria Venneri

(Dottoranda in "Etica e Antropologia. Storia e Fondazione",
Università degli Studi di Lecce)

SFIDA DELLA COMPLESSITÀ E PENSIERO MERIDIANO

Valeria Venneri

"Mille sentieri vi sono non ancora percorsi;
mille salvezze e isole nascoste della vita.
Inesaurito e non scoperto è ancora sempre
l'uomo (…). In verità la terra deve ancora
diventare un luogo di salute! E già intorno
ad essa alita un profumo nuovo, che reca
salute, e una nuova speranza".
Nietzsche

Prima ancora di far riferimento al contesto logico ed epistemologico "neoparadigmatico", mi piace l'idea di offrire un'immagine iconografica che, in modo esemplare, esprime il senso di una nuova Weltanschauung. Mi riferisco alle rappresentazioni grafiche di Maurits Escher dove non si evince quasi mai quale sia o possa essere il centro, dove la prospettiva rimanda al di fuori del quadro in un gioco infinito senza apparentemente nessun oggetto e nella quale ad essere rappresentata è la stessa rappresentazione. In Mani che disegnano, Escher raffigura due mani che disegnano se stesse senza lasciar trapelare quale delle due sia in realtà l'oggetto del disegno poiché esse sono nello stesso tempo soggetti che si "costruiscono". È questo il senso della transizione da una epistemologia della rappresentazione a una epistemologia della costruzione di cui H. von Förster può essere considerato uno dei più insigni rappresentanti, padre del filone costruzionista e ricorsivo nel movimento dell'epistemologia sperimentale. In un saggio dal titolo: Gli oggetti come simboli di autocomportamenti, von Förster giunge a una schematizzazione ricorsiva dell'esperienza per cui ogni dato d'osservazione è il risultato di una computazione costituente. Perché questa premessa? Franco Cassano, teorico del sud, propone l'idea di un sud che deve iniziare a pensare da solo, che deve recuperare l'autonomia del suo immaginario, ad un sud che necessita di diventare soggetto e, nello stesso tempo, oggetto del suo pensiero. Un pensiero del sud è un pensiero che pensa il sud da sud, iuxta propria principia, che pensa la grammatica di un'altra forma di vita. Ma pensare - come scrive E. Morin - è soprattutto ri-pensare, scoprire l'esistenza di una molteplicità di ragionamenti e procedure di computazione possibili. Significa che nei processi cognitivi esiste una interpretazione computazionale di intelligenza e di progettazione e che tutto ciò implica una ridefinizione della nostra progettazione tradizionale della razionalità. Accogliere la sfida della complessità non significa, forse, pensare la possibilità di una razionalità aperta che guarda ai problemi in termini di problem solving, che permette di ridefinire l'idea di progresso per ripensare il sud alla luce del sud, dimostrando la sua possibilità di progettare risposte creative e intelligenti? Pertanto come le due mani che si disegnano, il Sud pensa il sud producendo un circuito che ritorna al punto di partenza, ma in tale circuito, il sud, soggetto di pensiero, si oggettiva come oggetto di pensiero dando luogo ad una produzione di identità e ipseità. Potrebbe forse essere questo un modo per il sud di iniziare a pensare il sud da sud con le sue categorie? Non è questo un modo di applicazione di uno dei principi di intelligibilità della complessità, ossia del principio di reintegrazione del soggetto cosciente nel processo di conoscenza che implica che ogni conoscenza è sempre conoscenza di qualcosa e che ogni verità è tale solo in relazione ad un osservatore che la osserva? Spesso l'errore più grande, quando si vuole parlare della rivoluzione paradigmatica che stiamo attraversando, è di pensare essa utilizzando i vecchi paradigmi, ossia percepire la novità paradigmatica senza infrangere i vecchi modelli di pensiero. Pertanto, parlare di Sud come soggetto di pensiero in contrapposizione al conformismo moderno dell'occidente, alla resistenza dell'accelerazione universale, alla secolarizzazione infinita priva di ogni Misura, non è forse riduttivo ed esplicativo di una dicotomia di origine cartesiana? A questo punto non possiamo non chiederci se il senso della sfida della complessità non sia rintracciabile nell'urgenza di un pensiero complesso, un pensiero multidimensionale che contiene al suo interno la confusione, l'alea, l'incertezza, la congiunzione complessa degli opposti, la dualità in seno all'unità, un pensiero policentrico capace di tendere all'universalismo non astratto, consapevole dell'unità /diversità che, invece di disgiungere per conoscere, congiunge per capire? Un pensiero, quindi, che possa legare insieme il pensiero meridiano con le sue categorie della lentezza, del perdere tempo per guadagnare tempo, della frontiera e quelle della modernizzazione competitiva? Hölderlin diceva che l'uomo abita poeticamente la terra. Qui la poesia, definita antropologicamente, mi fa pensare all'elogio che Cassano fa, in Il pensiero meridiano, del pensare a piedi, dell'andare lenti. Così scrive: "Andare lenti è rispettare il tempo, abitarlo con poche cose di grande valore, con noia e nostalgia, con desideri immensi sigillati nel cuore (…). Andare lenti è il filosofare di tutti, vivere ad un'altra velocità". Ma l'uomo non vive solo poeticamente! A questo proposito, Morin afferma che è necessario complessificare questo pensiero in quanto l'uomo abita la terra poeticamente e prosaicamente e che la vita è un tessuto di prosa e di poesia. La vita prosaica, ossia l'eccessiva rapidità dei processi di evoluzione dell'occidente, e la vita poetica, ossia il pensiero meridiano, sono non dimensioni aporetiche ma complementari, come due facce della stessa medaglia. Il pensiero complesso ci consente di mantenere la dualità in seno all'unità, non elimina il paradosso ma al contrario pone una dialogica tra termini irriducibili e inseparabili. Ma quando il pensiero del sud diventa pensiero meridiano? Quando incontra il Mediterraneo e con esso la complessità. Perché il Mediterraneo - come ha scritto Cassano - è da sempre luogo di incontro e di scontro tra civiltà diverse, ma anche per questo è una singolare forma di civiltà, che conosce la pluralità delle forme di vita, la differenza delle lingue e dei modi di pregare Dio, abituata all'epistemologia doppia e più complessa della frontiera. Il pensiero meridiano è quel pensiero che inizia a sentirsi dentro laddove inizia il mare ( che nel linguaggio della complessità potrebbe essere tradotto in termini di incertezza, ambiguità), quando la riva interrompe gli integrismi della terra (ovvero la linearità del pensiero), quando si scopre che la frontiera è un luogo dove i diversi si toccano. Il concetto di frontiera, in questi termini, diventa un'idea complessa perché unifica nel momento stesso in cui separa. La frontiera, il confine uniscono in quanto separano. Con-fine vuol dire, infatti, anche contatto, punto in comune. In questo senso il con iniziale vince su fine. Pertanto la tendenza alla separazione porta in sé la sua contraddizione, in quanto, ogni frontiera porta con sé, come un'ombra, la sua violazione. Il Mediterraneo, mare di frontiera, è un complexus (ciò che è tessuto insieme), il cui carattere è di riunire insieme senza confondere le più grandi diversità e di associare i contrari senza ridurli. Il Mediterraneo è unitas multiplex, vale a dire paradosso: considerato dal punto di vista del tutto è uno, considerato dal punto di vista dei costituenti è diverso ed eterogeneo, dove non si può ridurre né il tutto alle parti, né le parti al tutto, né l'uno al molteplice, né il molteplice all'uno, ma bisogna invece cercare di concepire insieme, in maniera contemporaneamente complementare e antagonista le nozioni di tutto e di parti, di uno e di diverso. Il Mediterraneo non ha unità se non nella e attraverso la sua molteplicità. Da qui emerge la difficoltà di pensare l'uno nel molteplice e il molteplice nell'uno che, nello stesso tempo, è la difficoltà di pensare l'identità nella non-identità. Per risolvere tale difficoltà potremmo ricorrere a due principi di intelligibilità della complessità adatti a spiegare i fenomeni complessi di quest'ordine: il principio dialogico e il principio ricorsivo. Il primo ci consente di mantenere la dualità in seno all'unità e di associare termini contemporaneamente complementari e antagonisti. Il secondo implica che dobbiamo concepire i processi produttori in un ciclo ininterrotto, autoproduttivo in cui i prodotti divengono produttori di ciò che li produce. In questo senso, il pensiero meridiano diviene pensiero della pluralità, un pensiero contro tutti i fondamentalismi, un pensiero policentrico capace di tendere all'universalismo non astratto, ma consapevole della poliidentità umana, per cui diventa necessario ritornare alla propria terra (nel nostro caso, il Mediterraneo) per riscoprire la propria identità terrestre.
Voglio concludere con un' immagine molto esplicativa: il viaggio di Cadmos. Il paradigma del mediterraneo è metaforicamente racchiuso nel viaggio di Cadmos, l'eroe semita, che parte da oriente per cercare Europa, sua sorella, rapita da Zeus. Ma lungo il suo viaggio verso occidente non trova sua sorella il cui corpo si è ormai fuso nella terra europea, ma celebra simbolicamente - come scrive il poeta G. Goffredo - l'incontro fra Oriente e Occidente, fra lentezza e velocità, fra sole e oscurità, fra pensiero meridiano e modernità.

La danza delle forme e delle storie

Telmo Pievani


Uno stormo di oche si alza in cielo e, come seguendo a memoria una partitura silenziosa, naviga nel vento con rotta sicura. Centinaia di oche, ciascuna delle quali nel pieno delle proprie funzioni, si uniscono come in una sola oca, come in un solo organismo. Lo stormo muove verso una meta, si adatta, prende decisioni, si trasforma, avverte un pericolo imminente, si riposa, cerca un riparo, segue le tracce invisibili del proprio cammino. Lo stormo è un'intelligenza all'unisono, una società di animali in risonanza, un'identità collettiva.
Da più di cinque secoli gli occhi stupiti e curiosi degli astronomi osservano le evoluzioni della grande macchia rossa sulla superficie del pianeta Giove. Nell'emisfero australe di questo gigante gassoso da secoli una collezione di milioni di tempeste si è organizzata a formare un'unica, immensa tempesta di forma ovale. Un oceano di perturbazioni casuali, di violente burrasche gassose fa emergere incredibilmente una configurazione ordinata, un mulinello cosmico così stabile da durare per secoli. Di volta in volta molte tempeste locali si placano e molte altre si scatenano, ma l'ordine emergente perdura. La forma complessiva di questa società di uragani planetaria è simile a quella di un solo grande uragano, come se in ciascun componente del collettivo si racchiudesse il segreto formale del tutto.
Vi è qualcosa in comune, fosse solo un'assonanza, una lontana analogia, fra lo stormo di oche e la macchia rossa di Giove? Vi è un ordine inscritto nella natura e come ha avuto origine? La nostra presenza nell'universo era in qualche modo prevedibile o rappresenta un puro accidente storico? Vi sono leggi fondamentali nascoste fin dagli albori della vita? Esse sono state pensate da un Artefice o si sono in un certo senso scritte da sé nella materia? La frontiera della ricerca scientifica, sia essa impegnata nella decifrazione del genoma umano o nel disvelamento dei segreti dell'evoluzione cosmologica, pone oggi all'attenzione generale alcuni quesiti filosofici radicali, per molto tempo rimasti un esclusivo appannaggio dell'indagine metafisica.
Scrive Stuart Kauffman nell'incipit di A casa nell'universo: "Viviamo in un mondo caratterizzato da una sorprendente complessità biologica. Molecole di ogni tipo si uniscono in una danza metabolica per formare cellule; cellule interagiscono con altre cellule per formare gli organismi e questi ultimi interagiscono fra loro per dare origine agli ecosistemi, alle diverse economie e società. Da dove ha avuto origine questa impressionante architettura?".
Negli ultimi decenni del Novecento, mentre le scienze della vita cominciavano ad esplorare la pluralità e la complessità dei processi che caratterizzano l'evoluzione biologica e umana, la risposta offerta a questa domanda (in un certo senso la madre di tutte le domande circa la causa e il fine della nostra storia) è stata molto semplice, è stata una risposta squisitamente "economica": l'armonia della natura, nelle sue infinite manifestazioni, è frutto dell'opera di un unico grande agente evolutivo, la selezione naturale, operante su un unico substrato fondamentale, il corredo genetico. Questo potente demiurgo, come un orologiaio cieco, modella a suo piacimento la materia vivente, filtra le mutazioni genetiche favorevoli, condanna all'oblio le varianti eccentriche, sceglie i vincitori nella grande arena gladiatoria della competizione naturale. Il genoma così plasmato diventa l'ingranaggio magico, la scatola nera, il livello fondamentale da cui far dipendere ogni espressione, ogni proprietà biologica, ogni comportamento: non sarà difficile annunciare la scoperta del "gene del senso estetico" o del "gene dell'omosessualità". Non sarà difficile interpretare l'evoluzione come una lunga marcia di perfezionamento del disegno organico, culminata, in questa svolta di millennio, nella capacità di una specie privilegiata di applicare a se stessa le tecnologie di ingegneria genetica.
Ma è davvero questa la sola via per spiegare la complessità del mondo naturale? Perché allora in molti episodi della storia naturale hanno prevalso, come strategie vincenti, la cooperazione e la simbiosi anziché la competizione? Perché a parità di genoma e a parità di ambiente due individui rimangono radicalmente differenti e unici? Perché ripetendo due percorsi evolutivi (o due processi cognitivi, o due processi creativi) non otteniamo mai lo stesso risultato? E soprattutto, se il motore dell'evoluzione è la selezione naturale, chi ha dato la scintilla iniziale per l'emergenza del vivente? Perché non si è ancora svelato il mistero dell'origine della vita? In altri termini, come si è evoluta l'evoluzione? Chi ha selezionato la selezione?
A queste domande si può sperare di rispondere soltanto al prezzo di rinunciare ad alcune scorciatoie: alla fiducia nel potere onnipervasivo della selezione naturale; al rassicurante ma inefficace metodo riduzionista di scomposizione dei sistemi complessi; all'immagine dell'evoluzione come un progresso inarrestabile, ottimizzante e a binario unico. L'ipotesi avanzata dai teorici dei sistemi complessi è che la selezione naturale da sola non sia sufficiente a giustificare l'enorme complessità della vita poiché questa si sviluppa spontaneamente grazie ai principi di interconnessione, di autorganizzazione e di emergenza. Le leggi generali della complessità biologica sembrano suggerirci che la vita è a tutti gli effetti una "scultura sociale", una fitta trama di relazioni e di scambi fra elementi da cui emerge un comportamento coerente e creativo irriducibile alle proprietà dei singoli elementi.
La costruzione di semplici modelli di reti casuali (siano esse reti genetiche, reti neurali, reti di reazioni chimiche o reti ecologiche) permette oggi di mostrare come due soli parametri, cioè il numero di nodi della rete e il grado di interconnessione media fra i nodi, definiscano una gamma molto ampia di reti possibili. L'idea centrale è che, in qualsiasi tipo di rete, quando un gruppo di elementi (molecole, geni, individui…) raggiunge una soglia critica di diversità e di interconnessione si forma spontaneamente una "rete autocatalitica", cioè una rete nella quale tutti gli elementi concorrono alla formazione di altri elementi della rete producendo configurazioni ordinate in evoluzione: la rete prende "vita", metabolizza elementi esterni, si regola e si sostiene da sola, si moltiplica e prima o poi produrrà una nuova "proprietà emergente".
In tal modo, la vita rappresenta una momentanea sospensione della inesorabile Seconda Legge della Termodinamica: la vita sottrae disordine al cosmo trasformandolo in strutture, in forme, in "opere". Quando i primi astronauti contemplarono il pianeta Gaia nella sua interezza videro nella sua materna compiutezza una disperata e poetica resistenza della vita alla tendenza universale verso l'entropia massima: nel suo respiro millenario, questa meravigliosa rete globale di interconnessioni e di cicli di autoregolazione assorbe l'energia del sole, altrimenti persa per sempre nelle profondità dello spazio, per trasformarla in forme viventi.
Secondo tale prospettiva, dato un livello di complessità e di diversità minimo nel "brodo primordiale", la vita sarebbe emersa spontaneamente senza alcun bisogno né dell'azione della selezione naturale (che subentra soltanto dopo) né di un preesistente meccanismo genetico di trasmissione dell'informazione biologica. Avremmo cioè una spiegazione plausibile dell'origine della vita che si sottrae alle contraddizioni dell'ultradarwinismo senza tuttavia consegnarsi ad alcuna spiegazione vitalista, mistica o religiosa: il sorgere della vita è una conseguenza delle leggi di emergenza spontanea dell'ordine (order for free) all'interno di reti complesse di interagenti. Un fenomeno, dunque, che può essersi verificato anche altrove.
Oggi sappiamo che le straordinarie proprietà evolutive delle reti viventi sono racchiuse nella loro capacità di calibrare flessibilità e stabilità: esse non devono essere né troppo ordinate (cioè con un solo attrattore che le porti rapidamente all'equilibrio e quindi alla morte) né troppo caotiche (cioè con infiniti attrattori instabili attraverso i quali il sistema vaga senza sosta, sensibile alle più piccole perturbazioni). Le reti più efficienti tendono ad avvicinarsi a una condizione definita "ai margini del caos": hanno cioè parametri che le avvicinano moltissimo alla soglia del caos senza tuttavia superarla mai. La vita emerge e si evolve ai margini del caos, in quella zona fluida di transizione dall'ordine al caos in cui il sistema si mantiene sufficientemente stabile pur all'interno di forti dinamiche perturbative che lo trasformano imprevedibilmente.
L'evoluzione tende dunque a mantenere i sistemi viventi nella condizione di fluidità necessaria affinché siano sufficientemente creativi: né troppo sub-critici (cioè tendenti alla stabilità), né troppo sovra-critici (cioè tendenti all'esplosione). In tal senso, esisterebbe una condizione al limite, definita da Per Bak "criticità auto-organizzata", valida per tutti i sistemi complessi: come una pila di sabbia alimentata da granelli che cadono piano piano sul tavolo, le perturbazioni esterne producono nei sistemi complessi una varietà di cambiamenti che possono andare dalla valanga catastrofica (la pila crolla e si riforma di nuovo), alla piccola valanga (piccoli smottamenti sui pendii della pila), al nulla di fatto. Il dato interessante è che la legge di distribuzione di tali cambiamenti (poche valanghe catastrofiche e molte valanghe piccole) è esattamente la stessa per sistemi anche diversissimi fra loro: è identica, per esempio, alla distribuzione degli eventi di estinzione realmente avvenuti nella storia naturale. Con una postilla da non tralasciare: non è mai possibile prevedere che tipo di valanga si produca a partire da un determinato granello… I sistemi complessi mostrano regole comuni, ma rimangono sostanzialmente imprevedibili.
La fecondità dei modelli di sistemi complessi si deduce dalla loro capacità di "predire" alcune regolarità evolutive che in effetti si ritrovano nella realtà empirica. L'aspirazione degli scienziati che studiano i sistemi complessi è senz'altro quella di raggiungere una teoria unificata dei processi evolutivi, una teoria che riunisca per la prima volta tre domini del cambiamento: il dominio delle leggi di autorganizzazione e di produzione di ordine emergente (requisito per qualsiasi evoluzione); il dominio (assai ridotto) della selezione naturale; il dominio della contingenza evolutiva, cioè degli eventi accidentali che deviano la traiettoria storica. In tal senso la costruzione di una teoria unificata si traduce nella ricerca di regolarità sottese a sistemi anche molto diversi fra loro, ma non implica che questi sistemi, se studiati attraverso le leggi della complessità, siano nuovamente prevedibili e controllabili.
L'indicazione di una complementarità fra il dominio delle leggi, cioè dei vincoli e dei meccanismi ripetuti di emergenza attraverso i quali l'evoluzione trascende incessantemente se stessa, e il dominio della storia, cioè dell'evento irriducibile e contingente che può modificare irreversibilmente la traiettoria evolutiva, è la linea di frontiera della ricerca sulla complessità per i prossimi anni. La vita è un fiume tumultuoso, straripante di ridondanza, in cui forme e processi si co-definiscono incessantemente. Le forme viventi, ripercorrendo i loro cespugli evolutivi, hanno attraversato molte soglie contingenti, molte biforcazioni dall'esito imprevedibile. In molte occasioni (basti pensare all'estinzione dei dinosauri o all'emergenza di Homo sapiens nel cespuglio degli ominidi) le cose potevano andare diversamente, anzi era probabile che andassero diversamente.
Al fondo, l'ambizione spirituale ed estetica del pensiero della complessità è quella di una liberatoria riconquista del valore creativo e avventuroso della storia naturale, quel valore reso inaccessibile dal riduzionismo e dal determinismo che hanno ricacciato l'uomo alla periferia di un universo meccanico senza senso. Se vi è un ordine spontaneo nella natura (beninteso, non una necessità astorica ma una regolarità sottesa al gioco creativo e libero dei vincoli conflittuali e degli eventi contingenti), allora noi possiamo ritrovare in questo universo un senso di fecondità, una sacralità naturale. Le cose potevano andare diversamente, ma noi non siamo né un mero prodotto del caso né macchine obbedienti alla selezione naturale: siamo figli della storia, una storia lunga quattro miliardi di anni che merita devozione e rispetto per i suoi recessi ancora nascosti, e insieme figli delle leggi generali della complessità, quelle leggi di interconnessione e di unicità che ci fanno essere in qualche modo "a casa nell'universo". A noi spetta il compito di non interrompere questo interessante esperimento naturale, di non vanificare l'eccezionale sequenza di proprietà emergenti e di biforcazioni contingenti che, come gli eleganti volteggi delle oche in volo, ha portato alla nostra comparsa nel regno della complessità naturale.

Telmo Pievani
(University of Milan II "Bicocca"- Faculty of Educational Sciences
Piazza dell'Ateneo Nuovo n° 1 - 20126 Milan (Italy)
email: telmo@uninetcom.it

Gruppo di ricerca interdisciplinare sulla complessità - G.R.I.CO.

Costituito all'interno del Dipartimento di epistemologia ed ermeneutica della formazione dell'Università degli studi di Milano Bicocca, il gruppo di ricerca interdisciplinare ha come suo obiettivo quello di approfondire alcune linee di ricerca avanzate legate al pensiero della complessità e agli sviluppi delle nuove tecnologie della conoscenza. Il Gruppo, sotto la direzione scientifica del Professor Mauro Ceruti, si avvale dell'apporto di docenti del Dipartimento, di esperti esterni all'Università e di studenti laureandi.
Sono quattro, per il momento, le direzioni di ricerca o "laboratori", alcuni con caratteristiche più specificamente teoriche e speculative, altri con caratteristiche più applicative e sperimentali
I laboratori si configurano come un'opportunità di scambio e di interazione fra differenti approcci paradigmatici e disciplinari e sono i seguenti:
Laboratorio sulle immagini mediali - "Cargo Cult"
Laboratorio sui modelli evoluzionistici della mente nel cyberspace
Laboratorio su evoluzione e conoscenza: le frontiere dell'epistemologia della complessità
Laboratorio sulle interfacce della cognizione

E. Morin, Il Metodo. L'identità umana V, (2001), trad. it. di S. Lazzari, Raffaello Cortina , Milano, 2002, pp.291

Primo tomo de L'Humanité de l'Humanité, quinto volume de La Méthode, opera enciclopedica nel senso di "ankhyklios paideia", L'identitè humaine è una nuova orchestrazione di quel tessuto di problematiche interconnesse che hanno segnato l'evoluzione filosofica - teoretica del pensiero di Edgar Morin, esponente emblematico della svolta paradigmatica che si deve alla formazione di una coscienza scientifico-filosofica della complessità, sviluppatasi intorno alla metà del novecento.
"Ossessione principale", presente in tutti i suoi scritti, che ritorna nuova in quest'ultimo, grazie all'ardore della sua eterogenea tipologia scrittoria, è il "mistero" della condizione umana, essenzialmente forgiata di contraddizioni, groviglio che mai nessuno è riuscito a sciogliere: " Il mistero sbalorditivo del fenomeno umano appare sullo sfondo del mistero sbalorditivo della vita, che si affaccia sullo sfondo del mistero sbalorditivo del cosmo; e tutti questi sbalordimenti rinviano gli uni agli altri per rinforzarsi" (pag.278). Luminosa opera di antropologia culturale che contiene "ologrammaticamente" tutte le altre, L'identità umana è un nuovo inizio, se pur appartenente alla fase crepuscolare di un cammino che porta Morin ad accogliere la sfida della complessità umana di cui si rintraccia, in nuce, il senso ne L'homme et la mort (1951) mediante un approccio bio-antropologico, ne Le vif du sojet (1962) attraverso un approccio antropo-cosmologico, fino a Le paradigme perdu: la nature humaine (1973), ramo prematuro de La Méthode, in cui egli tenta una riformulazione del concetto di scienza dell'uomo attraverso una connessione bio-antropo-sociologica. Ne L'identità umana Morin propone una conoscenza complessa della condizione umana, attraverso un approccio esistenziale che fa emergere la profondità dell'identità umana sfuggente, mettendo in rilievo l'importanza dell'angoscia, del piacere, del dolore e dell'estasi, comprendendo ( nel senso heideggeriano di cum-prehendere) la multidimensionalità della natura umana in cui homo sapiens è anche demens, homo faber è anche immaginario e mitologico, homo economicus è anche ludens e consumans, "animale isterico posseduto dai suoi sogni e tuttavia capace di oggettività, di calcolo, di razionalità"( pag. 125). Questo lavoro, rimasto in cantiere per dodici anni, rompe con la visione arbitraria e insulare dell'uomo, rompe con le concezione riduttive, unisce e articola tutto ciò che è stato disgiunto, suddiviso, compartimentato in discipline, radica "l'umano" in questo mondo e, nel contempo, lo situa tra i tre infiniti, l'infinitamente grande, l'infinitamente piccolo e l'infinitamente complesso. Ecce Homo! Come un "caleidoscopio" che mostra senza sosta immagini che variano secondo i movimenti che gli si imprimono, homo complexus appare ora nevrotico, immaginario, isterico sotto il guscio della normalità, in balia dei doppi giochi della storia, della coscienza e dell'inconscio, della verità e dell'errore, ora destinato ai compiti utilitaristici della vita prosaica, ora votato alla comunione e all'amore della vita poetica: "Giudice di ogni cosa, imbecille lombrico; depositario del vero, cloaca di incertezza e di errore; gloria e rifiuto dell'universo" (B. Pascal, I pensieri). Senza eccessiva acrimonia, collocandosi in "zone di frontiera" mosso da un umanesimo ansioso di trasformare la condizione umana, Morin fa emergere, attraverso una attenta disamina, l'inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave dei nostri saperi disgiunti, frazionati, compartimentali fatti sempre più di specialisti, privi però di vita perché pensati senza l'uomo: "Il continente antropologico è andato alla deriva, diventando un'Australia. Nel suo ambito la triade costitutiva del concetto di uomo, individuo-specie-società, è essa stessa completamente disgiunta. L'uomo si sbriciola […]. L'idea di uomo è tanto più eliminabile quanto più è miserevole: l'uomo delle scienze umane è uno spettro ultrafisico e ultrabiologico" (Lo spirito della valle ,1977, introduzione generale a La Méthode, pag. 8). Al fine di mostrare come tutte le scienze e tutte le arti, ciascuna dalla propria prospettiva, illuminano il "fatto umano", l'Autore integra la riflessione filosofica sull'umano nutrendola delle nuove acquisizioni scientifiche fino a giungere ad un ripensamento della nozione di uomo, inteso come essere totale, "soggettivo naturale". Idea che germoglia nell'essere più arcaico, ma che non è riducibile ad esso. Idea che si sviluppa con l'animalità, con l'affettività e nell'uomo appare la novità straordinaria del soggetto cosciente che comporta in modo particolare un doppio principio di inclusione e di esclusione e che permette di comprendere nello stesso tempo l'egocentrismo, l'intersoggettività e l'altruismo.
Gli esseri umani sono degli individui-soggetti computanti/cogitanti, capaci di libertà, di scelta, di invenzione, di strategia, dotati di cultura, di linguaggio, di coscienza, senza mai cessare di essere animali, di funzionare biologicamante. Da cui scaturisce una visione di uomo bipolarizzata in yin yang, determinata da una doppia e sola vita: phainon per ciò che concerne la vita fenomenica hic et nunc, genos per quanto riguarda la determinazione biologica. Il fenotipo è attualizzazione, l'inibizione, la modificazione dei tratti ereditari in un individuo in funzione delle condizioni della sua ontogenesi in un ambiente dato. Il genotipo è la ri-presentificazione di un passato e la reinscrizione di esso in un divenire, in e attraverso la genesi di un essere vivente. Ogni uomo è nel contempo, un essere pienamente culturale e pienamente biologico, portando in sé questa "unidualità" originaria che non elimina il paradosso di una unità e di una dualità geno-fenomenica, che pone in rapporto dialogico termini irriducibili e inseparabili nell'auto-organizzazione, pur distinguendosi in essa. Uno e molteplice porta in sé il cosmo " contiene in sé galassie di amori, abissi di infelicità, immensità di galassie di indifferenza, conflagrazioni di astri in fiamme, irruzioni di odio, smarrimenti stupidi, lampi di lucidità, burrasche dementi…" (pag.76).
Con L'identità umana, sintesi di una vita, Morin, umanista planetario, indaga l'uomo fino a giungere alla sua umanità sfuggente, sondando le sue profondità abissali, per comprenderne il destino a molte facce, il destino della specie, tutti i destini mescolati e inseparabili, i comuni problemi planetari di vita e di morte che fanno dell'Umanità una nozione etica radicata in una Terra- Patria che deve essere portata a compimento da tutti, in tutti e in ciascuno.


Valeria Venneri
(Università di Lecce)

Semplificazione e Complessità.
Introduzione al pensiero di Edgar MORIN

Valeria Venneri


Edgar MORIN


"Poiché tutte le cose sono causate e causanti,
adiuvate ed adiuvanti, mediate ed immediate,
e tutte si tengono insieme attraverso un legame
naturale ed insensibile che collega le più lontane
e le più differenti, ritengo impossibile conoscere
le parti senza conoscere il tutto nonché conoscere il
tutto senza conoscere particolarmente le parti".

B. Pascal

Vi è una difficoltà preliminare di ordine semantico, ogni qualvolta si voglia parlare di complessità, data dalla incapacità di definire in maniera chiara e non semplificante il "complesso" che si presenta, in primo luogo, come impedimento e incertezza, come impossibilità di ridurre in termini lineari, omogenei, calcolabili senza residui, i modi diversi in cui le scienze possono pensare la realtà. Complesso, nel senso originario del termine complexus, è ciò che è tessuto insieme in maniera interdipendente, interattiva, inter-retroattiva. Tuttavia tale definizione, che a prima vista potrebbe apparire esplicativa, non fornisce affatto alcuna delucidazione sul senso di una parola problema e non soluzione che implica allo stesso tempo i concetti di confusione, alea, conflitto, diversificazione, complementarietà e antagonismo. Nozione ambivalente, dunque, si presenta immediatamente come ostacolo, come reintroduzione dell'incertezza in un ideale di conoscenza trionfante orientato verso la plausibilità euristica dell'onniscienza. La storia del pensiero scientifico e filosofico della tradizione moderna, in effetti, ci mostra come la nozione di onniscienza sia stata per secoli "estremamente influente e operativa nell'elaborazione di molteplici strategie cognitive ed euristiche, e più in generale nelle rappresentazioni della scienza e della conoscenza umane, dei loro limiti e delle loro possibilità"(1), ideale regolativo presente in tutte le matrici categoriali della modernità che ne ha disciplinato le svolte più significative. Ad esso connesso è il problema preliminare del Metodo, ossia "della ricerca di un luogo fondamentale di osservazione della conoscenza attraverso il quale giudicare le sue relazioni concrete e disciplinare i suoi sviluppi".(2) Punto archimedico a partire dal quale è possibile perseguire l'ideale gnoseologico di immediata trasparenza e visibilità per conseguire una perfetta adequatio rei et intellectus. A partire dalla fine del XIX secolo, tutta una serie di eventi hanno segnato profondamente il cammino del pensiero scientifico e filosofico,(3) portando alla progressiva scoperta dell'intrinseco carattere di paradossalità dell'avvicinamento gnoseologico, in senso asintotico, al punto di vista assoluto rappresentato dalla figura del demone di Lapace. Si evince, dunque, l'inadeguatezza dell'immagine di una conoscenza disincantata e idealizzata e della plausibilità di un punto archimedico di osservazione, e la necessità di una ridefinizione concettuale di problemi classici quali la necessità, la possibilità, la legalità, la previsione, l'osservazione, il cambiamento, la continuità. Tutto ciò determina le profonde transizioni epistemologiche, antropologiche ed epocali che portano alla sfida della complessità che si propone in primo luogo come esigenza di un deuteroapprendimento(4) al fine di riformulare i tipi stessi di domande attraverso i quali accostarsi al problema della conoscenza e al problema della vita. L'emergere della complessità "come principio generale esplicativo nella teoria della scienza e della conoscenza" si deve, inoltre, a una pluralità di fattori quali: l'affermarsi della prospettiva sistemico-strutturale, lo sviluppo delle problematiche dell'autoriferimento, della circolarità ricorsiva, del richiamo "ologrammatico", il nuovo rilievo euristico dato alla nozione di causalità e ai rapporti tra ordine e caso; fattori che agiscono inizialmente nell'ambito della cibernetica, della teoria dei sistemi, nella logica matematica interessata al problema della computabilità effettiva. Franca D'Agostini ha ritenuto di sottolineare che "con Edgar Morin(5) le diverse prospettive e ragioni della complessità trovano un'integrazione e si mostrano i loro punti di contatto con la tradizione filosofica".(6) Pensatore e scrittore non conformista, iconoclasta e fautore di una conoscenza multidimensionale dei fenomeni, Morin è, a pieno titolo, stimato filosofo ed epistemologo della complessità. Filosofo nel senso più classico e contemporaneamente più attuale del termine, per la sua capacità di problematizzare, di organizzare i saperi, di concepire l'indagine e ridefinire gli scopi, di umanizzare le finalità.(7) Epistemologo per aver tentato di indicare certe conseguenze, in senso lato logiche e filosofiche della visione dell'essere che sta sorgendo grazie alle nuove acquisizioni scientifiche. A tal proposito la filosofia moriniana è considerata una pietra miliare nell'ambito dell'epistemologia contemporanea, esplicativa della transizione epocale che segna il passaggio dal riduzionismo "lineare" alla complessità "circolare".(8) L'epistemologia, per Morin, ha bisogno di trovare un punto di vista che possa considerare la nostra stessa conoscenza come oggetto di conoscenza, vale a dire un meta-punto di vista, capace di autotrascendimento, che deve permettere l'autoconsiderazione critica della conoscenza comprendendo, allo stesso tempo, la riflessione del soggetto conoscente. Questa meta-teoria si poggia essenzialmente su due punti: 1) una biologia della conoscenza che studi le forme a priori celebrali del conoscere umano in senso evolutivo, con riferimento alle modalità di apprendimento attraverso il dialogo con l'ambiente; 2) uno studio della nostra collocazione nel sistema eco-sociale che interagisce con le nostre condizioni di esperienza. (9) Uno dei problemi cruciali, dunque, del pensiero moriniano, intorno a cui ruota il senso della revisione epistemologica, è il riferimento ad un nuovo principio organizzatore della conoscenza, "che associ alla descrizione dell'oggetto la descrizione della descrizione ( e la decifrazione di colui che descrive), e che dia all'articolazione e alla integrazione la stessa forza data alla distinzione e all'opposizione".(10) Inoltre, l'esigenza moriniana della svolta epistemologica si riallaccia alla messa in guardia contro la chiarificazione e la semplificazione, che si declinano nei termini della riduzione e della astrazione, prodotte da un principio di disgiunzione che Morin chiama Paradigma di semplificazione.(11) "Figlio fecondo della scizzofrenica dicotomia cartesiana", il paradigma di semplificazione ha generato una concezione semplificante dell'universo fisico, biologico, atropo-sociale, fondandosi sui seguenti principi di intelligibilità propri della scientificità classica:

- sul principio di universalità in base al quale non c'è scienza che del generale ;
- sull'eliminazione temporale di tutto ciò che è eventuale e storico;
- sul principio di riduzione della conoscenza degli insiemi alla conoscenza delle unità semplici che li costituiscono;
-sulla riduzione della conoscenza dell'organizzazione ai principi d'ordine inerenti a queste organizzazioni;
- sul principio di causalità lineare;
- sulla sovranità esplicita e assoluta dell'ordine;
- sul principio di isolamento/disgiunzione dell'oggetto rispetto al suo ambiente;
- sull'esclusione del soggetto, ergo di ogni problematica del soggetto conoscente che percepisce e concepisce l'oggetto;
- sul principio di quantificazione e formalizzazione;
- sull'impossibilità di concepire l'autonomia;
- sull'eliminazione della contraddizione come errore e sul discorso mono-logico basato su idee chiare e distinte.(12)

Questo paradigma, pur avendo consentito enormi progressi alla conoscenza scientifica e alla riflessione filosofica, rivelandosi di una straordinaria fecondità nell'evoluzione della fisica e della biologia, ha indubbiamente gettato le basi di quella crisi della scientificità che grava oggi sulle nostre coscienze. Rarefacendo la comunicazione fra ego cogitans e res extensa, ovvero fra scienza e filosofia, il pensiero mutilante ha finito con il privare il sapere scientifico di ogni possibilità di riflessione intorno a se stesso e la filosofia non ha potuto "macinare il grano della conoscenza scientifica nel proprio mulino".(13) Oggi questo paradigma fondato sulle nozioni di elemento, sostanza, forma, e di principi quali quello di generalità, riduzione e disgiunzione, non è più in grado di rendere conto della molteplicità dei processi relazionali che vedono sempre più l'inadeguatezza profonda e grave tra i nostri saperi disgiunti, frazionati, compartimentali e i problemi sempre più polidisciplinari, trasversali, multidimensionali, globali. Solo un paradigma complesso di implicazione / distinzione / congiunzione permetterebbe di rinunciare al mito della chiarificazione totale e della disgiunsione-riduzione del reale facendo comprendere il tessuto reale di ogni fenomenica manifestazione che si esplica nel principio dell'Unitas Multiplex: paradosso logico, complessità sistemica, che consente di non dissolvere il molteplice nell'uno, né l'uno nel molteplice. Innanzitutto occorre dire che Morin rende la nozione di sistema(14) complessa in quanto introduce nel cuore stesso della teoria sistemica il principio di organizzazione. "L'organizzazione, - scrive Morin - concetto assente dalla maggioranza delle definizioni di sistema, era soffocata fra l'idea di totalità e l'idea delle interrelazioni, mentre connette l'idea di totalità a quella di interrelazione, e le tre nozioni diventano indissociabili. Si può quindi concepire il sistema come unità globale organizzata di interrelazioni fra elementi, azioni o individui"(15). In altri termini l'organizzazione è ciò che individua un sistema a partire dai suoi elementi differenti e costituisce un'unità nello tempo in cui costituisce una molteplicità determinando la complessità logica della unitas multiplex che richiede di non ridurre né il tutto alle parti né le parti al tutto, né il molteplice nell'uno, né l'uno nel molteplice ma che ingiunge a cercare di concepire insieme, in maniera contemporaneamente complementare e antagonista le nozioni di tutto e di parti, di uno e di diverso.(16) In questa maniera il principio della congiunzione complessa sfugge sia all'olismo (unità astratta verso l'alto ) sia al riduzionismo (unità astratta verso il basso) ed è, nel contempo, qualcosa di più e qualcosa di meno di quella che potrebbe essere definita come la somma delle sue parti. È qualcosa di meno nel senso che l'organizzazione impone dei vincoli che inibiscono talune potenzialità che si trovano nelle varie parti. È qualcosa di più nel senso che l'organizzazione è più della somma delle parti, perché fa emergere qualità che senza tale organizzazione non esisterebbero. Da cui emerge la difficoltà di pensare l'uno nel molteplice e il molteplice nell'uno che nello stesso tempo è la difficoltà di pensare l'identità nella non-identità. Per risolvere tale difficoltà Morin indica tre principi di intelligibilità che possono aiutarci a pensare la complessità. Primo principio di intelligibilità che "consente di mantenere la dualità in seno all'unità e di associare termini contemporaneamente complementari e antagonisti"(17) è il principio dialogico. Il secondo principio è quello dell'organizzazione ricorsiva "i cui prodotti sono necessari per la sua stessa causazione e per la sua stessa produzione"(18). In un processo ricorsivo, infatti, gli effetti e i prodotti sono contemporaneamente cause e prodotti di ciò che li produce dal momento che tutto ciò che è prodotto ritorna su ciò che lo produce in un ciclo che è esso stesso auto-costitutivo, auto-organizzatore, auto-produttore. Ne deriva, quindi, che la complessità non è soltanto un fenomeno empirico ( caso, alea, disordine, complicazioni nell'ambito del fenomeno) ma è anche un problema concettuale e logico che confonde le demarcazioni e le frontiere così nette fra concetti quali produttori e prodotti, causa ed effetto, uno e molteplice. Il terzo principio è quello ologrammatico. "In un ologramma fisico, scrive Morin, il punto più piccolo dell'immagine dell'ologramma contiene la quasi-totalità dell'informazione dell'oggetto rappresentato. Quindi, non solo la parte è nel tutto ma anche il tutto è nella parte".(19) L'idea dell'ologramma costituisce, dunque, un superamento dell'olismo che ignora le parti per considerare il tutto, e del riduzionismo non meno semplificante dell'olismo, che ignora il tutto per considerare le parti. Si abbandona, così, un tipo di spiegazione lineare e si adotta un tipo di spiegazione in movimento, circolare, una spiegazione in cui per cercare di comprendere il fenomeno si va dalle parti al tutto dal tutto alle parti. Tutto ciò consente di spiegare un certo numero di fenomeni incomprensibili altrimenti in una logica di tipo lineare quali: il disordine termodinamico, l'incertezza microfisica, il carattere aleatorio delle mutazioni genetiche, esplicativi della complessità del reale.

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1 AA.VV., La sfida della complessità, Feltrinelli, Milano, 1985, pag. 25
2 Ceruti M., Il vincolo e la possibilità, Feltrinelli, Milano, 1986, pag. 37
3 Ci riferiamo al Secondo Principio della Termodinamica di Clausius - Kelvin (1850-52) o meglio all'introduzione del termine entropia operata da Clausius (1865), al Principio di indeterminazione di Heisemberg (1927) e al Principio di incompletezza di Gödel (1931).
4 AA.VV., La sfida della complessità, op. cit., pag. 41
5 E. Morin, nato a Parigi nel 1921, è una delle figure più prestigiose della cultura francese e uno dei maggiori teorici del pensiero complesso. Definito da H. A. Simon "l'umanista planetario", Morin è titolare di molte pubblicazioni che hanno dato al suo pensiero una risonanza planetaria, come ha affermato Lucin Guirlinger, presidente della Società Angevine de Philosophie introducendo una conferenza di Morin il 10 febbraio 2000 (cfr. Les sept savoir necéssaires à l'éducation du futur, Seuil, Paris, 1999).
Interprete sagace e osservatore perspicace, ricercatore,direttore della ricerca al CNRS, direttore del Centre d' Etudes transdiciplinaires de l'Ecole des Hautes Etudes en sciences sociales, direttore della Agence Européenne pour la Culture presso l'UNESCO, presidente di un comitato scientifico ministeriale per la riforma dei saperi nei licei, fondatore insieme a L. J. Le Moigne del MCX ( Programme Européen Modélisation de la Complexité), Morin ha sostanziato la sua ricerca intensa e prolifica dei grandi eventi della seconda metà del XX secolo, percorrendo un itinerario di rara e irriducibile originalità scegliendo di tornare alla radice dei problemi e delle cose, perché è alla radice dei fenomeni che vi è complessità. Attualmente è presidentedell'APC (Association pour la Pensée Complete), animatore della rivista Communications e collabora con il Ministre de l'Education Nationale, de la Recherche et de la Tecnologie francesi.
6 F. D'agostini, Analitici e contemporanei, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997, pag. 494.
7 S. De Siena, La sfida globale di Edgar Morin, Besa Editore, Nardò, 2002, pag. 9.
8 Si veda in proposito: AA.VV, La metafora del circolo nella filosofia del Novecento, A. Siciliano Ed., Messina, 2002; A. Anselmo, Edgar Morin. Dal riduzionismo alla complessità, , A. Siciliano Ed., Messina, 2000.
9 F. D'agostini, Analitici e contemporanei, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997, pag 496.
10 E. Morin, Il Metodo. La natura della natura, (1977), trad. it. Raffaello Cortina, Milano, 2001, pag. 17. Morin in proposito scrive: "Penso che oggi il problema cruciale sia quello di un principio ordinatore della conoscenza; e ciò che è vitale, non è soltanto apprendere ad apprendere, non è soltanto riapprendere non è soltanto disapprendere; è riorganizzare il nostro sistema per riapprendere ad apprendere" (cfr. pag. 19).
11 Morin ritiene, che il gioco della verità e dell'errore non si gioca solo nella verifica empirica e nella coerenza logica delle teorie. Si gioca in profondità nella zona invisibile dei paradigmi. Il paradigma svolge un ruolo allo stesso tempo sotterraneo e sovrano in ogni teoria, dottrina o ideologia. Il paradigma è inconscio, ma irriga il pensiero cosciente, lo controlla e, in questo senso è sovracosciente. Il paradigma istituisce le relazioni primordiali che si costituiscono in assiomi, determina i concetti, domina i discorsi e le teorie. Quando viene intaccato un paradigma ,cioè la chiave di volta di un intero sistema di pensiero, con esso crollano contemporaneamente l'ontologia, la metodologia, l'epistemologia e di conseguenza tutto ciò che concerne la prassi (cfr. E. Morin, I sette saperi necessari all'educazione del futuro (1999), trad. it. di S. Lazzari, Raffaello Cortina, Milano, 2001).
12 Cfr E. Morin, Scienza con Coscienza, Milano, Franco Angeli Editore, 1988, pag.199.
13 E. Morin, Auto-Eco-Conoscenza, in Che cos'è la conoscenza, Bari, La Terza Editore, 1990, pag.70.
14 Di rilevante interesse è l'influenza della General System Theory di Bertalanffy nel pensiero di Morin. L'idea di sistema insieme al concetto di organizzazione costituiscono nuovi modelli di lettura per gli indirizzi post-neopositivisti che si muovono, intorno alla fine degli anni trenta, in alternativa all'epistemologia neopositivista e analitica. Bertalanffy ha il merito di aver dato pertinenza e universalità alla nozione di sistema che è un'organizzazione di elementi dinamica, ma dotata di identità permanente. Di rilevante interesse è nella sua teoria la distinzione tra sistemi chiusi (studiati dalla fisica, trattati come se fossero isolati da ciò che li circonda) e sistemi aperti ( per esempio, gli organismi viventi, il cui mantenimento è assicurato da uno scambio continuo fra l'ambiente interno e l'ambiente esterno), vedi Teoria generale dei sistemi, 1950, Istituto Librario Internazionale, Milano, 1971, pp. 74 - 75.
15 E. Morin, Il Metodo. La natura della natura, op. cit., pag. 115
16 Quello che diceva Pascal,: "Stimo impossibile conoscere le singole parti senza conoscere il tutto come conoscere il tutto senza conoscere le singole parti"( cfr. B. Pascal, Pensieri, trad. it. Mondatori, Milano, 1968, pp.161-162).
17 E. Morin, Introduzione al pensiero complesso, Milano, Sperling & Kupfer Editori, 1993, pag. 74.
18 AA.VV., La sfida della complessità, op. cit., pag. 53
19 E. Morin, Introduzione al pensiero complesso, op. cit., pag. 74.

OPERE DISPONIBILI IN ITALIA

La comune di Parigi del maggio 1968, Il Saggiatore, Milano, 1968.
L'uomo e la morte, Newton Compton Editori, 1980.
Il cinema e l'uomo immaginario, Feltrinelli, Milano, 1982.
La vita della vita, Feltrinelli, Milano, 1987.
Pensare l'Europa, Feltrinelli, Milano, 1988.
Per uscire dal XX secolo, Lubrina, Bergamo, 1989.
La natura dell'URSS. Complesso totalitario dell'ultimo impero, Armando, Roma,1989.
Turbare il futuro. Un nuovo inizio per la civiltà planetaria, Moretti & Vitali, Bergamo, 1990.
L'Europa nell'era planetaria, Sperling & Kupfer, Milano, 1991.
Medioevo moderno a Orléans, Nuova Eri, 1991.
La conoscenza della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1993.
Introduzione al pensiero complesso, Sperling & Kupfer, Milano, 1993.
Viaggio in Cina (1992), Moretti & Vitali, Bergamo, 1993
Le idee: Habitat, vita, organizzazione, usi e costumi, Feltrinelli, Milano,1993..
Il paradigma perduto, Feltrinelli, Milano, 1994.
Il Metodo. Ordine, disordine, organizzazione, Feltrinelli, Milano, 1994.
Terra - Patria, Raffaello Cortina, Milano, 1994.
Diario di un libro. Durante la stesura di " Per uscire dal XX secolo" Moretti & Vitali, Bergamo, 1995.
Le Star, MCF, 1995.
I Fratricidi. Jugoslavia Bosnia 1991 - 1995, Meltemi, Roma, 1997.
Autocritica, Moretti & Vitali, Bergamo, 1998.
Il vivo del soggetto, Moretti & Vitali, Bergamo 1998.
Scienza con coscienza, Franco Angeli, Milano, 1998.
Diario di California, Moretti & Vitali, Bergamo, 1998.
L'educazione ovvero l'utopia necessaria. Il valore dell'apprendimento continuo nella società contemporanea, EdUP, Roma, 1998.
Amore, poesia, saggezza, Armando, Roma, 1999.
Educare gli educatori. Una riforma del pensiero per la democrazia cognitiva, EdUP, Roma, 1999.
Una politica di civiltà, Asterios, Trieste, 1999.
Introduzione a una politica dell'uomo, Meltemi, Roma, 2000.
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