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IL DELIRIO DI CASSANDRA
(parte I)
di
Mimma Muci
Il tracciato delle culture europee e poi mondiali
si trova in germe in quello dei micenei.
Iannis Xenakis

Esiste nel patrimonio del mito greco un personaggio del tutto
singolare, Cassandra, profetessa "ispirata", figlia
del re di Troia Priamo. Aveva ricevuto, secondo la leggenda
più diffusa , il dono profetico da Apollo che, innamorato
di lei, aveva promesso di insegnarle ad indovinare il futuro
se solo si fosse concessa. Ma la donna, una volta istruita,
si sottrasse al dio, che la punì sputandole in bocca
e ritirandole non il dono della profezia bensì quello
della persuasione. Cassandra dunque per essersi sottratta
al volere divino fu condannata ad essere indovina ispirata
ma mai ascoltata. Quando Apollo la possedeva lei emetteva
i suoi oracoli in uno stato di delirio, ma i suoi vaticini,
pur interessando eventi importanti del ciclo troiano, erano
destinati a rimanere ignorati. La figura di questa particolare
profetessa non creduta ricorre in molti testi antichi (come
nell'Iliade, nell'Odissea, nell'Eneide ed in altre opere)
ma è sulla scena che Cassandra risalta e risuona in
tutto il suo fascino.

Si può senz'altro affermare che la letteratura poetica
così come quella drammatica e più in generale
il vasto mondo delle "favolerie" di tutti i tempi
devono la matrice e la plasticità di questo personaggio
così singolare ad drammaturgo greco Eschilo, che ha
avuto il primato di mettere in scena la Cassandra tra mito
e teatro. Da allora quella che sicuramente non era una figura
centrale del repertorio mitologico antico, proprio per la
sua prorompenza di netto stampo eschileo, è rimbalzata
sulla scena ed è stata consegnata al nostro immaginario
come eccesso di delirio e come simbolo di ambigua interdizione.
Aveva gridato che il rapimento di Elena avrebbe portato alla
disfatta della città di Troia, aveva urlato di non
far entrare il cavallo di legno nella città perché
pieno di guerrieri armati, ma i troiani non le avevano dato
retta. Dopo la disfatta di Troia Eschilo ce la presenta al
seguito di Agamennone, il vittorioso re di Argo, che ritorna
alla reggia portando con sé Cassandra, sua concubina
e suo bottino di guerra.
L'Orestea di Eschilo - la prima messa in scena è dell'anno
458 a. C.- è l'unica trilogia del teatro tragico antico
giunta per intero fino a noi. La prima tragedia, Agamennone,
tratta la vicenda del ritorno in patria del re di Argo e di
Cassandra e della loro uccisione ad opera della moglie del
re Clitemnetra e del suo amante Egisto. La regina aspettava
da anni il rientro del marito per vendicare la morte della
figlia Ifigenia: Agamennone, infatti, per obbedire al volere
degli dei aveva dovuto sacrificare la giovane figlia e preparare
la spedizione a Troia. La morte di Agamennone e di Cassandra
chiude l'Agamennone e costituisce l'antefatto su cui si svilupperanno
i due drammi successivi, le Coefore e le Eumenidi, in cui
il tema della vendetta, naturale evoluzione del dissidio tra
antitetiche necessità e dolorose leggi del fato, continuerà
a ordire inganni e stragi.
Possiamo a ragione dire che l'episodio di Cassandra ritaglia
uno spazio a sé all'interno dell'Agamennone. La presenza
della profetessa in scena costituisce un elemento di polarizzazione
di alcune tematiche fondamentali della trilogia, in quanto
collega la tragedia con la precedente storia della casa degli
Atridi; infatti Cassandra, essendo figlia di Priamo, mantiene
un legame con la guerra di Troia appena terminata, ma soprattutto
è il medium della visione profetica, è insieme
alle Eumenidi, dee vendicatrici, la personificazione della
religiosità dell'Orestea, proprio perché è
rappresentante di Apollo e quindi annunciatrice dell'occulto,
dell'abissale, del non-conosciuto.
Cassandra compare al v. 782 dell'Agamennone, sul carro del
re di ritorno da Troia. La sua presenza in scena è
muta ed è anche ignorata dagli altri protagonisti,
infatti sia la regina sia il re continuano ad agire come se
lei non ci fosse. Questo lungo silenzio ha meravigliato i
critici, dal momento che il teatro antico non contemplava
presenze mute. Si può pensare che compisse dei movimenti
in scena di cui noi non siamo a conoscenza, ma sta di fatto
che rimane sul carro in silenzio e solo al v. 1039 Clitemestra,
quando già Agamennone è entrato nel palazzo,
si rivolge a lei ordinandole di scendere dal cocchio.
R. Meridor ipotizza che Eschilo abbia fatto entrare simultaneamente
in scena Cassandra e Agamennone per far sì che il pubblico
fosse nell'attesa di vedere la reazione di Clitemnestra o
per creare maggiore tensione nel momento in cui il re entra
nel palazzo, visto che ci entra da solo . Di fatto il silenzio
della concubina ha del misterioso, soprattutto perché
crea degli effetti particolari su cui il testo, come vedremo,
insiste.
In un primo momento vediamo che la regina più volte
le ordina di scendere dal carro e si rivolge a lei con i toni
sprezzanti che si usavano verso gli stranieri. Poi attribuisce
il silenzio della donna al fatto che non conosca la lingua
greca e la invita a fare dei cenni "con la mano barbara"
. Al contrario, il coro cerca di comunicare con Cassandra,
sapendo che la sua reticenza dipende unicamente dalla sua
volontà. Di fatto la muta presenza scatena diversi
tentativi di mediazione linguistica: prima il lungo silenzio,
poi il richiamo ad una gestualità non agita, infine
l'equivoco. Paradossalmente, pur parlando la stessa lingua,
Clitemnestra e il coro si rivolgono a lei con intenzioni diverse.
La prima si lascia prendere dall'ira "È davvero
folle e si lascia guidare da un delirante senno: ha abbandonato
la città sua da poco conquistata ed è giunta
qui, ma non sa adattarsi a sopportare il freno, prima di far
prorompere in sanguinosa schiuma il suo furore" . Il
coro invece cerca un'intesa con Cassandra, anzi si sente partecipe
del suo silenzio "Io al contrario, poiché ho pietà,
non voglio adirarmi. O infelice, questo cocchio suvvia lascia
deserto", facendo trasparire un'autolegittimazione ad
essere l'unico interlocutore di un silenzio che comunica,
di un silenzio che è segno dell'inesprimibile "La
straniera è evidente che ha bisogno di un penetrante
interprete: il suo modo è quello di una belva catturata
da poco".
L'elemento corale è quindi coinvolto nella performance
di Cassandra nel ruolo di "penetrante interprete"
e questo rivela una sua doppia funzione: da un lato quella
di depositario del sistema dei valori che il dramma svolge
attraverso la complessità del suo intreccio - e di
conseguenza "garante" della globalità del
messaggio tragico "al nuovo giogo adattati cedendo volentieri
a ciò che è necessario"; dall'altro lato,
proprio perché garante, il coro diventa scenicamente
interprete di Cassandra, o meglio del suo silenzio.

Ci accorgiamo che la presenza muta della profetessa è
molto eloquente e da un punto di vista teatrale riesce a far
uscire di scena Clitemestra, che rinuncerà così
a comunicare "Certo non lascerò che m'insulti
costretta a far getto delle mie parole". Enorme quindi
la potenza semantica del silenzio di Cassandra nel far valere
un gioco di tipo scacchistico: sul piano linguistico attraverso
una pluralità di confuse interferenze comunicazionali
e sul piano scenografico attraverso le entrate e le uscite
dei personaggi.
Rimasti da soli, Cassandra e il coro sono i portavoce dell'azione
tragica che si sta per attuare. Da questo punto comincia il
momento in cui, eliminata qualsiasi interferenza, essi possono
capirsi. Ci aspetteremmo un acclimatamento della scena e un'intesa
tra le parti, ma tutto cambia repentinamente. Se finora l'elemento
corale si era spinto a dichiararsi interprete di Cassandra,
quindi addirittura interprete di una profetessa (e qui si
nota un forte segno di identificazione del coro eschileo),
dal v. 1072 la situazione si ribalta totalmente: è
Cassandra a prendere il sopravvento e a dominare l'azione
in maniera esclusiva.
Ototototói pópoi dà: è l'urlo
prorompente, è l'esordio del delirio profetico, è
l'estro del primordiale. Finalmente sulla scena la voce di
Cassandra. Una voce che non dice ma urla soltanto. Un sillabare
strano, contorto, raccapricciante quasi. Senza alcun significato
nell'aspro e convulso susseguirsi di consonanti dentali che
a malapena si frenano sul conclusivo dà. Il delirare
della profetessa è intricato. Da questo momento il
coro si comporterà da "interprete", ma solo
per delucidare e forse ci sembrerà meno "acuto"
proprio perché non capirà più gli oscuri
presagi. Dal silenzio, dunque, all'equivoco. Se prima era
il silenzio ora è il delirio a tenere alta la tensione
tragica: entrambi disarmanti, entrambi sconvolgenti.
Ototototói pópoi dà! Apollon, Apollon.
Che i presagi di Cassandra siano oscuri e rimangano incompresi
lo preannuncia lo strano urlo all'inizio del suo lamento,
che non è una parola o una formula, ma un insieme di
suoni senza un vero e proprio significato, "una mostruosità
fonetica di esclamazioni", un'espressione che esprime
sofferenza, stupore, paura, una "glossolalia", come
afferma L. J. Heirman, aperta all'improvvisazione ed appartenente
ad un livello primitivo del linguaggio.
Nell'Agamennone Ototototói pópoi dà!
Apollon, Apollon è usato due volte, al v. 1072 e al
v. 1076, mentre nella forma ototoì è usato una
sola volta, al v. 1257. La forma appare quattordici volte
nelle tragedie sopravvissute e sempre per esprimere grida
di angoscia, oltretutto viene molto spesso pronunciata da
donne. In bocca a Cassandra il grido assume particolare enfasi,
prima di tutto perché mette a nudo uno stato d'animo
a lungo preparato da un premeditato silenzio e inoltre perché
Ototototói pópoi dà! Apollon, Apollon
potrebbe essere il grido del dio, la voce del divino che irrompe
sulla scena all'improvviso e con cui non si comunica: invano
la profetessa verrà invitata ad essere più chiara
e a non chiamare in quel modo Apollo. Lei continuerà
nel suo delirio.
È come se il coro si ostinasse a tenere salda la scena,
è come se avesse paura che da un momento all'altro
il tutto si sgretolasse "a noi era giunta la fama della
tua gloria come profetessa, ma noi di nessun vate andiamo
in cerca". Troppo tardi, Ototototói pópoi
dà! ha già frantumato il senso perché
il lungo urlo evocativo, aprendo l'accesso al profetico, ha
inaugurato la performance di Cassandra come performance della
visione: da questo momento la veggente si muoverà nell'ambito
dell'inspiegabile e dell'irrazionale, proferendo soltanto
per immagini "Ah, ah, vedi, vedi! dalla vacca il toro
trattieni lontano: in mezzo ai pepli lo afferra e lo colpisce
con lo strumento dalle nere corna e subito cade nel bagno
ricolmo d'acqua. La vicenda a te rivelo della conca che insidia
e che uccide".
Scenicamente Cassandra è già una visione: il
lungo silenzio, la smania profetica, le visioni deliranti
e subito l'incontro con la morte risolvono il suo intervento
in nient'altro che in una contraddizione; infatti a lei il
coro dirà "Mi appare che costei fa la profetessa
delle sventure sue" ma poco dopo "La straniera -
io penso - quale cagna, ha buone nari: è sulla traccia
di coloro di cui troverà il sangue".
Riteniamo che un linguaggio che più che raccontare
parla per immagini e per metafore e impiega la simbologia
come principale mezzo della comunicazione crei già
di per sé un "ambiente scenico" e costituisca
per noi una probabile dinamica teatrale. Ernesto Grassi a
questo proposito parla di "linguaggio semantico"
di tipo più arcaico rispetto a quello razionale e dimostrativo
che invece si esprime per nessi logici. Nell'episodio di Cassandra
Grassi vede la coesistenza sulla scena tragica dei due tipi
di linguaggio, quello semantico usato dalla profetessa, che
con atteggiamento estatico parla per suoni e per visioni puramente
associate, e quello razionale espresso dal coro, che cerca
di interpretare queste visioni.
L'incontro Cassandra-coro si articola in due fasi fondamentali.
Nella prima le immagini evocate dalla profetessa sono oscure
per il coro, così il corifeo ai vv. 1105-06 "L'ultimo
vaticinio non mi è dato da comprendere, ma conosco
quegli antichi fatti, ché la città tutta ne
grida la fama"; più avanti ai vv. 1112-13 "Di
ciò il senso profondo ancor non colgo: ora, dopo gli
enigmi, in imbarazzo mi trovo in causa di presagi ciechi ";
infine ai vv. 1130-31 "Vantarmi non potrei d'essere acuto
interprete di oracoli, per altro i detti tuoi io vedo come
immagine di sventura". Nella seconda fase, precisamente
dal v. 1136, la ripresa del passato di Cassandra crea un canale
di comunicazione con il coro, la profetessa rievocando la
sua storia, "si inserisce in un tempo" che appartiene
anche al coro e di cui insieme possono parlare. Grassi individua
il passaggio dal linguaggio immaginifico al linguaggio razionale
proprio nel momento in cui la donna diviene più esplicativa.
A noi però pare che la "tragedia di Cassandra"
operi una più netta scomposizione dei piani della comunicazione,
provocando a partire da Ototototói pópoi dà!
Apollon, Apollon la frantumazione del senso e sdoppiando i
piani della rappresentazione anche nei piani del linguaggio.
Più linguaggi stanno in scena, quello della profetessa,
quello del coro, quello di Clitemnestra e il conflitto tragico
è anche conflitto linguistico: la frantumazione del
senso introdotta proprio dall'intervento di Cassandra sarà
tanto netta da venir attribuita al fatto che la profetessa
è straniera in quella terra, ma lei perentoriamente
dirà "la lingua greca fin troppo conosco".
Non abbiamo testimonianze sceniche sulla gestualità
di Cassandra e sui movimenti del coro. D'altro canto il testo
ci fa pensare che questa fosse una scena centrale dell'intera
trilogia, vediamo infatti che l'elemento profetico-religioso
e l'elemento tragico sono un tutt'uno e si manifestano nella
frenesia di un personaggio e, paradossalmente, proprio di
quel personaggio che sta a metà tra il reale e il visionario,
che dice e non dice, che parla e non viene creduto. In effetti
la grandezza del personaggio di Cassandra è nell'essere
permeato di questo carattere "alternativo": grida
ma invano, sta in un silenzio premonitorio e viene invitata
ad esprimersi "con la mano barbara". Il suo intervento
si risolve, quindi, in un gioco di contraddittorie allusioni
e in un disperato sforzo di agganciarsi al passato per predire
il futuro, attraverso un caleidoscopio di visioni e di simbologie.
La sua è una voce che arriva da lontano, è l'organon
dell'abissale, è l'annuncio dell'originario, è
l'urlo della mania, che per esplodere ha bisogno dell'istante
onniavvolgente e fuorviante "Il tremendo travaglio di
verace arte profetica, con le sue rivelazioni, occultamente
mi squassa e come in un turbine mi esagita". Certo sarebbe
interessante sapere come in scena l'arte profetica squassasse
ed esagitasse la donna, purtroppo non rimane altro che farsi
guidare dal testo, divagare nelle visioni proferite e affidarsi
all'atmosfera da esso costruita.
La glossolalia Ototototói pópoi dà! pronunciata
per due volte di seguito, seguita dall'invocazione Apollon,
Apollon! porta Cassandra da uno stato di esaltazione ad un
reale stato di chiaroveggenza, a cui fa da elemento catalizzatore
l'atmosfera del palazzo degli Atridi. Ci troviamo decisamente
in pieno delirio profetico, lo testimoniano anche le parole
del coro (che parla di arti profetiche in Ag. 1133-35 e 1255),
il quale stenterà a comprenderla fino a quando lei
non cercherà di essere più chiara, passando
da un linguaggio visionario a un linguaggio esplicativo e
quindi dal profetico al mortale, dal divino all'umano.
La tragicità della scena di Cassandra si risolve dunque
non in ciò che apporta all'intreccio drammatico - perché
l'intreccio si compia, infatti, lei deve necessariamente non
esserci - ma proprio nella presenza del personaggio in quanto
tale, come particolarissima configurazione teatrale di presenza
avulsa. Cassandra deve morire e con lei anche l'oscura visione.
Mai era esistita sulla misteriosa scena tragica visione più
"illuminata" di questa... troppo illuminata perché
il "drama" fosse in atto.
Il delirio aveva avviluppato passato, presente e futuro, accadimenti
e profezie, visioni e allusioni, realtà sogno e divinità,
ma ora è l'obbligo del chiarimento a spegnere l'estasi
e la tragedia di Cassandra culmina con il rifiuto del non-sense
del linguaggio arcaico. Incombe la necessità del linguaggio
drammatico inteso come linguaggio rappresentativo dell'azione:
di qui il rigetto dell'estasi e della sua lingua semantica
che inevitabilmete rimangono annullate dalla necessità
delle delucidazioni. Così il destino della veggente
si compie, mentre ancora risuona sulla scena il particolarissimo
Ototototói pópoi dà! Apollon, Apollon.
Non si sentirà nessun altro grido più lacerante
di questo: Cassandra si avvierà nella casa degli Atridi
incontro alla morte... ma senza gridare!
Il segno impresso sull'intera vicenda drammatica dall'irriducibile
e forte identità di Cassandra si riflette sulla struttura
di tutta la trilogia. Ogni avvenimento si compirà secondo
quanto predetto dalla profetessa, ogni evento lanciato dallo
zoom della sua sonante visione sarà "impiegato"
nella forma del drama. Lo svolgimento dell'Orestea, infatti,
a regolari scadenze di volta in volta confermerà l'identità
della donna nel suo essere detentrice della Verità
...ma la verità non può umanamente esplodere
tutta e tutta insieme, al di fuori dal tempo e dallo spazio.
Anche la verità deve avere il suo divenire.
Il delirio nell'Agamennone fa dell'Orestea di Eschilo una
straordinaria "metafora di scena" della Verità.
Vale a dire che l'Orestea è metafora sia della verità
come intuizione sia della verità come azione unicamente
per l'episodio della Cassandra, perché Cassandra è
partecipe non tanto dello sviluppo drammatico della trilogia
ma soprattutto della visione totalizzante della realtà
che la trilogia esemplarmente incarna.
È evidente che mentre nella visione (ma anche nel sogno
o nel delirio) la Verità è esplosione estatico-profetica,
sulla scena essa deve avere una sua storia e il rivelarla
deve coincidere con la temporalizzazione della storia stessa
della verità. È questa la ragione per cui Cassandra,
pura identità nel suo essere completa e perentoria
essenza della Verità (tanto completa da non poter essere
dagli uomini creduta) non può stare sulla scena. Si
potrebbe obiettare però che anche la visione è
scena, che anche la Verità e, più precisamente,
ciò che abbiamo definito verità come intuizione
è azione. Senz'altro. Ma se si riflette attentamente
sul testo appare chiaro che la verità come intuizione
è messa in scena non come azione, ma come "lampo
d'azione": è un flash. Non potrebbe mai essere
estesamente drama.
A ben guardare che cos'è che interviene così
incisivamente da sdoppiare i piani della scena senza che l'insieme
ne soffra, che cos'è che permette che tutto scorra
magistralmente relato in maniera da far apparire ciò
che in realtà è una grandiosa anteprima dell'intera
trilogia solo un episodio di segmento? È proprio la
potenza del delirio, è il delirio che avanza nella
musicalità della glossolalia Ototototói pópoi
dà!, è il delirio che apre le metafore delle
visioni "Il tremendo travaglio di verace arte profetica,
con le sue rivelazioni, occultamente mi squassa e come in
un turbine mi esagita". Insomma è la vocalità
di Cassandra l'accesso di tutto questo, vocalità giocata
in diverse forme e cioè nelle manifestazioni di urlo
profetico, di linguaggio simbolico, di estasi premonitoria,
ecc.
È nostra convinzione quindi che l'Orestea di Eschilo,
forse per la prima volta nella storia della cultura e del
pensiero, contempla la tragicità nelle sue due fondamentali
direttive: una tragicità intesa come dissidio dell'esistenza
e come eterna sofferenza e contraddizione (da cui deriva l'ineluttabile
disillusione del vivere), e una tragicità d'azione
intesa come energia di eventi, come energia che si scatena
dal continuo e vissuto conflitto di inconciliabili termini.
In questo quadro l'ambiguità di Cassandra, nel suo
essere profetessa-non profetessa e principessa-concubina presenta/rappresenta
in sé gli inconciliabili termini che nella tragedia,
però, non generano vissuto conflitto di fatti. In ciò
che all'inizio abbiamo definito "carattere alternativo"
del personaggio, e cioè la sua contraddittorietà
di indovina annullata dal proferire il non-proferibile, è
il paradigma della verità come intuizione al di fuori
della realtà vissuta. La sua apparizione è l'incarnazione
del conflitto esistenziale: Cassandra è tragedia in
sé proprio perché è l'eccesso di Verità
che si risolve nell'annientamento.
Formidabilmente però il suo delirio messo in scena
dalla squassante vocalità permette di essere spettatori
di quest'anteprima. È il delirio che tenta di tradurre
in atto la Verità. È il delirio che "convoca
a rappresentazione" sia la verità come intuizione
sia la verità come azione. Pare a noi che questo sia
l'unico eccezionale caso nel teatro greco classico in cui
la connaturata ambiguità di un personaggio sia tragedia
a sé. Successivamente andremo ad esser spettatori di
altri personaggi che metteranno in scena ciò che preferiamo
considerare non come connaturata ambiguità, ma piuttosto
come duplicità: l'Edipo sofocleo sarà straniero
a Tebe pur essendone in realtà nativo, sarà
decifratore di inganni essendo lui stesso enigma indecifrabile,
sarà chiaroveggente e cieco, giustiziere e criminale,
ecc...ma tutto questo "farà" la tragedia
e la duplicazione dei ruoli scandirà lo svolgersi degli
eventi, nell'alternarsi di accadimenti e di successivi rovesciamenti.
Il ritmo del tragico sarà così il ritmo della
"tragedia in azione".
Dopo la forte identità di Cassandra che è nella
connaturata ambiguità, irrappresentabile perché
non-azione e assaggiata dalla scena eschilea solo fulmineamente
nel geniale espediente del delirio, la duplicità dei
protagonisti sarà l'ordito su cui si fileranno le trame
della messa in scena e il senso del tragico, quasi impercettibilmente,
scivolerà nel conflitto dei linguaggi della rappresentazione.

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