La Macchina di Zola(Clementina Miccoli)

La Città-corpo (Clementina Miccoli)

La Macchina di Zola
di
Clementina Miccoli

Nel mio precedente intervento, "La città-corpo", ho spesso citato due studiosi importanti di fine ottocento: lo scrittore Emile Zola e il medico scienziato Claude Bernard.
La teorizzazione del concetto di post-umano trova in essi un'anticipazione dettagliata di quelli che saranno, in estremo (e in forma anche "deviante", come direbbe Umberto Eco), i rapporti CORPO-uomo-città-MACCHINA.
Dall'ampia diffusione, nel XIX secolo, della medicina sperimentale e dalle suggestive teorizzazioni che il medico francese sviluppa nel suo saggio scientifico, si rivelano immagini che si concretizzano nell'oltretesto di Zola. Termini come <<osservazione>> e <<sperimentazione>>, <<fisiologia>> e <<determinismo>>, <<patologia>> e <<terapia>>, concettualizzano la poetica letteraria di quest'ultimo.
Non arriveremo… mai a generalizzazioni veramente feconde e luminose intorno ai fenomeni vitali se non scenderemo sul terreno sperimentale per rimuovere, con le nostre mani, nell'ospedale, nell'anfiteatro o nel laboratorio, il terreno fetido e palpitante della vita …. Se dovessi fare un paragone che esprimesse il mio pensiero sulla scienza della vita, direi che essa è come una sala superba e sfolgorante di luce alla quale però si può accedere solo da una lunga e spaventevole cucina .
Da tali affermazioni di Bernard, Zola trae materia viva per rimuovere dal corpo palpitante e malato di Parigi il senso, ammesso che esso esista, della moderna esistenza umana. Ed ecco che corpo-uomo-città entrano, nelle sue opere letterarie, in piena simbiosi tra se stesse e la macchina.
Analizziamo alcuni romanzi dello scrittore: Il ventre di Parigi, L'Assommoir e Al Paradiso delle Signore (di cui utilizzeremo ampi stralci).
Nel primo, il protagonista, il "magro" Florent, ritorna a Parigi dopo anni di deportazione (in seguito agli avvenimenti della sanguinosa sommossa della notte del 4 dicembre 1852). Ritrova una città cambiata, che, nella costruzione di ampie strade e piazze e nei nuovi sterminati mercati generali, le Halles, rappresenta l'immagine della ricchezza opulenta della recente borghesia.
Tutti i "grassi" personaggi, di questo immenso teatro alimentare, mangiano e a loro volta vengono fagocitati dall'immensa macchina-ventre metropolitana.
Ecco come appaiono i mercati a Florent:
I mercati non bisbigliavano più, brontolavano ad alta voce… Sboccando sullo stradone centrale, gli parve di essere in una città straniera divisa in quartieri, in sobborghi, in villaggi, in viali, in strade, in piazze… e al di sopra della nuova città… una gettata mostruosa di metallo…. Alcuni quartieri dormivano ancora dietro le cancellate chiuse .
Alcune pagine più avanti l'evocazione ritorna:
Enorme macchina a vapore, una caldaia che dovesse servire alla digestione di un popolo, un ventre gigantesco, bullonato, ribadito, fatto di legno, di vetro e di ferro […].
Parigi masticava i bocconi dei suoi due milioni di abitanti. Era come un grande organo centrale che batteva furiosamente, lanciando il suo umore vitale in tutte le vene. Era un movimento incessante di mascelle colossali, un baccano d'inferno, un brusio senza fine dove si fondevano tutti i rumori dell'approvvigionamento… .
Il contrasto tra il protagonista e la città appare ancora più stridente e grottesco quando esso si trasforma nell'immagine "quaresimale" di magrezza e in quella "carnevalesca" di grassezza:
La mole superba dei mercati… . Per lui erano la gran bestia pasciuta e ruminante, erano l'immagine di Parigi, che rimpinzata di cibo, intorpidita dalla grassezza, sosteneva stupidamente l'Impero. Quei seni enormi, quei fianchi mostruosi, quei faccioni tondi erano per lui altrettanti argomenti contro la sua magrezza da martire… . Quello era il ventre bottegaio, il ventre dell'onestà ruffiana, che si abbuffava, beato… .
Nell'altro suggestivo romanzo, L'Assommoir, una giovane donna, Gervase, conclude la sua tragica vita, dopo un breve periodo di relativa opulenza e tranquillità, nell'alcolismo e nella solitudine.
Assistiamo, durante il racconto, ad una doppia raffigurazione di città: il microcosmo del Casone, il luogo dove Gervase vive, contrapposto al macrocosmo dell'universo esterno: l'altra città, ampia e pulita, pianificata dall'illustrissimo barone Haussmann.
Attraverso gli occhi della protagonista il caseggiato, squallido e sporco in rue de la Goutte-d'Or, appare come <<un organismo vivo nel cuore stesso della città, quasi avesse davanti a sé una persona gigantesca>> .
"Persona" che, nella discesa infernale di Gervase, protegge la miseria e la squallidezza della sua esistenza:
Immersa in quell'esistenza resa rabbiosa dalla miseria, Gervasia soffriva la fame che si sentiva rantolare intorno. …. Era come vivere, colà, in un crampo generale ai gorgozzuli, le bocche spalancate in un grande sbadiglio; e i petti si scavavano soltanto a respirare quell'aria, in cui nemmeno i moscerini avrebbero potuto vivere… .
Un'esistenza sempre contrapposta, nella dicotomia vita-morte, al cambiamento in atto nello spazio esterno: <<Il suo fastidio le veniva da questo, che il quartiere per l'appunto si abbelliva nel momento in cui lei andava in rovina>> .
Gervase, ormai ridotta all'abiezione fisica e morale, vaga come un'anima in pena in un'atmosfera cittadina "infernale":
Si trovava proprio in faccia ai vecchi macelli, che andavano demolendo: lo sventramento della facciata mostrava scuri cortili puzzolenti, ancora fradici di sangue. … Vide pure l'ospedale di Lariboisìere, … una porta praticata nella muraglia spaventava il quartiere, la porta dei morti, che, di quercia robusta, senza una fessura, aveva la severità e il silenzio di una pietra sepolcrale .
La rappresentazione di un altro microcosmo, questa volta però pienamente interagente e funzionale al macrocosmo cittadino, si sviluppa nel Paradiso delle signore. Il romanzo sviluppa il <<poema dell'attività moderna>>, il trionfo, caratterizzante il secolo, della <<lotta per la vita>>, del grande commercio sul più piccolo . Qui, il gigantesco corpo-macchina-magazzino divora e distrugge, procurando la morte, per dare però la nuova vita (contrariamente a quanto avveniva ne L'Assommoir): <<Mentre le vecchie botteghe assumono un'aria di donne malate, piangenti, "mangiate dall'anemia", come Geneviève Baudu, il "Paradiso delle signore" diventa un faro emanante luce, un mostro che divora, una fucina colossale, un braciere, una cattedrale, addirittura una città>> .
Parigi diventa l'incarnazione del "mostro", che, nella sua incessante azione, mostra un corpo fatto di carne e ingranaggi, di sangue e calce, dove lo sventramento praticato da sé e su di sé porta gioia e dolore.
La gigantesca mascella che mastica e manda nel ventre tutto ciò di cui ha bisogno per vivere, lavora incessantemente e alacremente e Parigi, moderna ed efficiente macchina si mostra tra le pagine "naturalistiche" di Zola come un prosperoso corpo di donna in fotografia.

La Città-corpo

Clementina Miccoli



New York 1910

 

Parlare di città-corpo, partendo dal contesto storico-letterario ed urbanistico-architettonico tra otto-novecento, è quanto mai interessante ed attuale.
Affermava Emile Zola, <<la forza del naturalismo tocca le viscere dell'uomo>> . Il concetto di viscere, ventre, budelli, corpo, informerà prepotentemente l'indagine naturalistica e documentaristica, oltre all'uso metaforico di città, di molti scrittori europei dell'epoca.
Lo scenario che si apriva sotto gli occhi di un qualsiasi abitante era quello di una città in piena trasformazione, di un "ambiente sventrato", che, nella sua ricostruzione, originava un altro ambiente: quello metropolitano.
Parigi, Londra, Milano e Napoli (e molte altre città europee), subiranno, in questo periodo, una serie di mutamenti urbanistici ed architettonici. Strade, piazze, edifici ed interi quartieri, soprattutto quelli popolari più degradati (il cosiddetto "ventre" della città) saranno sventrati, demoliti.



Haussmann

Il processo di "haussmanizzazione" (Haussmann fu prefetto della Senna tra il 1853 e il 1870) invase, dalla Francia, molti paesi europei. Ma, mentre nel suo paese d'origine, i presupposti economici e sociali (piena industrializzazione e sviluppo della borghesia), trovavano rispondenza nella nuova conformazione metropolitana, in Italia i risultati furono contrastanti. Da una parte il ritardo nella industrializzazione e dall'altra il difficile processo unitario, contribuirono a rendere meno valida la pianificazione urbana di molte città. Gli sventramenti e le ricostruzioni di piazze, gallerie, viali e quartieri furono sì operazioni importanti, ma spesso realizzati senza una visione d'insieme nella progettazione di spazi. Saranno le "parti": il centro, cuore della città borghese bella ed operosa, e il basso, il "ventre" della plebe malata ed inconcludente, a rispecchiare, in molti nostri scrittori, la mancata integrazione strutturale e sociale.
Citando ancora Zola: Il circolo sociale è identico al circolo vitale: nella società come nel corpo umano esiste una solidarietà che lega i vari membri, i vari organi fra loro, in modo tale che, se un organo si corrompe molti altri ne sono intaccati e si manifesta una malattia molto complessa. Il corpo umano, divenuto terreno d'indagine non solo del medico sperimentale, che considera soprattutto i <<fenomeni dei suoi organi, in condizioni normali e patologiche>>, ma anche del romanziere naturalista, che analizza invece i <<suoi fenomeni mentali e passionali, allo stato normale e morboso>> , offre, nell'immagine di città ottocentesca, un'efficace uso metaforico.
La città, come l'organismo vivente, contenente in sé salute e malattia, vita e morte, diviene un'importante oggetto di osservazione e sperimentazione. L'indagine è però applicata, spesso, ad un corpo malato: [...] la città era vista come un vero e proprio cancro, un luogo di crescita anormale, innaturale. [...]. Per tutto l'Ottocento le metafore della malattia diventano sempre più virulente, insensate, demagogiche. Ed esiste una tendenza sempre più diffusa a definire malattia ogni situazione che si disapprova. La malattia, che poteva essere ritenuta parte della natura quanto la salute, divenne così, un sinonimo di tutto ciò che era 'innaturale'. [...]. [Il] contrasto tra vita e morte sarebbe [...] diventato un contrasto tra vita e malattia. La malattia (identificata a questo punto con la morte) è ciò che si oppone alla vita . La diffusione di tale concetto di malattia della città si sviluppa però di pari passo con gli strumenti per curarla.
La fisiologia, <<la scienza che studia i fenomeni degli organismi viventi e determina le condizioni materiali della loro manifestazione [...]>> , fu mutuata dalla scienza e applicata (come voleva Zola) al <<corpo sociale>>.
La città "organismo vivente", parafrasando Bernard, viene decomposta dal fisiologo <<nelle sue diverse parti, solo per rendere più facile l'analisi sperimentale, non perché quelle parti possano funzionare separatamente l'una dall'altra>> . Avviene però, che nell'uso metaforico che molti scrittori ne fanno, alcune di queste "parti" coincidano o con la parte sana o con quella malata. Ritornando alle affermazioni di Susan Sontag, si può dire che la malattia abbia non solo un sinonimo (tutto ciò che è innaturale e diverso), ma anche un luogo: il ventre.
La parte corrotta e sgradevole della città otto-novecentesca, ciò che è sconosciuto o comunque disdicevole per il buon borghese, è infatti identificata con la parte più bassa dell'organismo vivente, che, pertanto, necessita di efficaci cure.
A questo punto <<[...] basterà sostituire la parola 'medico' con la parola 'romanziere' [...]>>, provando che, <<se il metodo sperimentale conduce alla conoscenza della vita fisica, deve anche condurre alla conoscenza della vita delle passioni e dell'intelletto. Non si tratta che di tappe lungo lo stesso cammino, dalla chimica alla fisiologia, poi dalla fisiologia all'antropologia ed alla sociologia>> .
Ciò che qui è necessario tener presente, nell'identificazione del medico allo scrittore, non è solo la mutuazione della competenza letteraria da quella scientifica, ma soprattutto l'utilizzo di metafore fisiologiche nella rappresentazione narrativa di città.
Le <<leggi immutabili [che] regolano il corpo umano>> (determinismo), formulate dal medico sperimentale, e le <<leggi del pensiero e delle passioni>>, indagate dal romanziere naturalista, agiscono, metaforicamente, nel corpo cittadino.
Afferma ancora Bernard: Ci sono una correlazione organica e una solidarietà fra gli organismi che mantengono una specie di moto perpetuo fino a quando l'alterazione o la scomparsa di un elemento vitale necessario non rompe l'equilibrio e non produce un guasto o l'arresto della macchina animale. Il medico sperimentatore deve perciò cercare il determinismo semplice di una alterazione organica, deve cioè cercare di afferrare il fenomeno iniziale che trascina tutti gli altri dietro di sé secondo un determinismo complesso ma altrettanto necessariamente condizionato di quello iniziale . Basterebbe parafrasare le considerazioni del medico francese per definire l'immagine di città che diversi scrittori costruiscono, servendosi dei luoghi metaforici e della simbologia medica.
L'osservazione fotografica dei fenomeni e la sperimentazione sul corpo cittadino, riguarda una separazione, interna, tra parte sana e parte malata (quando questa non subisce una sorta di reintegrazione borghese). La malattia è già insita nella città, non ha agenti esterni che la causano.
Quindi, così come l'oggetto di studio del medico è il malato, la città ammalata è il terreno d'indagine del romanziere naturalista.
Ciò che influenza la mentalità dell'epoca, il determinismo (alla base della fisiologia), indica la città l'ambiente concreto in cui l'individuo vive e si relaziona socialmente. Le azioni umane, <<oggetto delle scienze morali e storiche, (così come <<i fatti naturali, oggetto delle scienze fisiche>>) ubbidiscono al principio di causa e formano una serie ben concatenata e ininterrotta, nella quale ogni azione ha la sua causa in una o più azioni precedenti, senza eccezioni>> .
La competenza medica, riguardante cioè l'organismo, influenza quindi fortemente l'immagine di città: corpo vivente i cui organi e funzioni tengono in vita i suoi abitanti.
L'impressione più viva, analizzando criticamente i testi letterari, urbanistici o architettonici dell'epoca, è spesso quella di trovarsi in un laboratorio scientifico e di osservare un curioso organismo, quello cittadino appunto, in cui le strade sono arterie o budelli, attraverso cui scorrono il suo sangue o i suoi escrementi. Il "cuore", metafora della salute e dell'operosità borghese esclude e ricaccia nel profondo "ventre" tutto ciò che è cupo e malato.
Sono questi due piani metropolitani, orizzontale e verticale, che, nella loro pregnanza significativa, evocano una molteplicità di immagini e metafore, riconducibili contestualmente a noi: bene e male, conosciuto e sconosciuto, ordine e caos, luce e tenebre ecc. ecc. Cosa avviene, e qui concludiamo la nostra breve disamina, nelle babiloniche e ultratecnologiche metropoli del futuro di Philip Dick o William Gibson?
Versioni cinematografiche e letterarie stabiliscono un labirintico legame, tra passato e futuro, tra il "deterministico" corpo sventrato e ricostruito della città otto-novecentesca e il "complesso" corpo smontato e riassemblato di quella futuristica?

 

Immagine tratta dal film "Metropolis" di Fritz Lang

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