THOMAS A. SEBEOK
(Cosimo Caputo)

Microsociologia della mediazione etica delle tecniche quotidiane
(Cosimo Pacciolla)

Paul Virilio, L'incidente del futuro
(Cosimo Pacciolla)

Francis Fukuyama, L'uomo oltre l'uomo. Le conseguenze della rivoluzione biotecnologica
(Cosimo Pacciolla)

Clonazione e identità
(Cosimo Pacciolla)

THOMAS A. SEBEOK
di Cosimo Caputo


Thomas A. Sebeok, nato a Budapest il 9 novembre 1920 e morto il 21 dicembre 2001 a Bloomington, è stato uno dei massimi teorici della semiotica contemporanea.
Emigrato negli Stati Uniti nel 1937, ha insegnato Linguistica e Semiotica nonché Antropologia e Folklore all'Indiana University di Bloomington. Oltre che grande Maestro di segni è stato anche un instancabile animatore e organizzatore di studi semiotici in ogni parte del mondo. A lui si devono serie di pubblicazioni come "Advances in Semiotics", "Approaches to Semiotics" (dove nel 1986 è uscito, sotto la sua cura, l'"Encyclopedic Dictionary of Semiotics"), "The Semiotic Web". Ha diretto "Semiotica", la rivista dell'Associazione internazionale di studi semiotici, fin dalla sua fondazione nel 1969 a Parigi. Ha inoltre scoperto tanti studiosi (i criptosemiotici) che, pur svolgendo le loro ricerche in campi diversi, hanno dato un contributo illuminante agli studi di semiotica. E questa sua attività di "talent scout" scientifico si è sempre svolta con l'intento di scavare nella storia e nella preistoria delle discipline della comunicazione.
Molti suoi scritti sono tradotti in italiano, fra cui ricordiamo Zoosemiotica. Studi sulla comunicazione animale (Bompiani, Milano 1968), Paralinguistica e cinesica (Bompiani, Milano 1970), Contributi alla dottrina dei segni (Feltrinelli, Milano 1979), Il gioco del fantasticare (Spirali, Milano 1984), Il segno e i suoi maestri (Adriatica, Bari 1985), Penso di essere un verbo (Sellerio, Palermo 1990), Sguardo sulla semiotica americana (Bompiani, Milano 1992), A Sign is just a Sign. La semiotica globale (Spirali, Milano 1998), Come comunicano gli animali che non parlano (Edizioni dal Sud, Bari 1998).
Allievo di Charles Morris e di Roman Jakobson e continuatore della semiotica di Charles S. Peirce, ha esteso il campo degli studi semiotici al di là dei segni prodotti dall'uomo. La sua "semiotica globale" fa coincidere la "semiosfera" (Lotman) con la biosfera, stabilendo un'identificazione fra vita e processo segnico o semiosi. "Ho sempre ritenuto - egli scrive - che la scienza dei segni sia una branca della scienza della vita e che la semiosi sia non solo il fatto più diffuso, ma anzi quello fondamentale di tutta la vita sulla terra". I segni sono presenti ovunque c'è vita.
Sebeok, che si definisce un biologo mancato, allarga il campo d'indagine alla "biosemiosi" e a tutti i settori in cui si riscontrano funzioni vitali, ivi compreso l'interscambio fra uomo e macchine (come nel caso dell'innesto di organi artificiali in un essere vivente), o cibersimbiosi che origina la "cibersemiosi".
Il libro Penso di essere un verbo è un punto di snodo centrale nella riflessione sebeokiana poiché costituisce, a un tempo, un importante momento di riconsiderazione, sintesi e messa a punto delle riflessioni svolte in precedenza e di avvio dei percorsi di ricerca successivi.
Io sono un verbo, dice Sebeok, volendo sottolineare l'aspetto processuale del segno e la dinamicità della semiosi, ma riportando anche all'assunto di Peirce l'uomo è un segno. Questo segno è un verbo: interpretare; ed è fatto coincidere, secondo la sua concezione della realtà, con la vita delle diverse specie, e, per quanto concerne il suo lavoro di studioso, con la propria vita. Se io sono un segno, ci dice Sebeok con tutta la sua vita di ricercatore, niente di ciò che è segno può essermi estraneo - signi nihil a me alienum puto (ampliando ulteriormente il noto motto terenziano secondo la riformulazione propostane da Roman Jakobson [linguista sum: linguistici nihil a me alienum puto]); e se il segno, situato com'è nell'interminabile catena degli altri segni, non può esimersi di essere interpretante, allora interpretare è il verbo che meglio può farmi conoscere chi sono.
I capisaldi del pensiero sebeokiano possono essere riassunti nella distinzione fra comunicazione, linguaggio e parlare. Distinzione che introduce un ulteriore elemento di critica del glottocentrismo.
La comunicazione (non verbale) è considerata da Sebeok come il carattere che distingue l'animato dall'inanimato, ed è quindi prerogativa di tutto il mondo vivente. Dove c'è vita c'è semiosi e viceversa, tanto che di un'entità che è morta si dice che 'non dà più segni di vita'.
Il linguaggio, che non è un congegno comunicativo, è invece il tratto distintivo dell'umano (un umano senza linguaggio diventa un ossimoro) ed è inteso, si badi, come capacità sintattica che, cioè, con un numero limitato di elementi produce, per montaggio e smontaggio, mondi diversi, fondati sul come se, ipotesi, utopie, invenzioni narrative e ogni altra forma di creazione. Si tratta del gioco del fantasticare, espressione che dà il titolo ad un libro di Sebeok. Non si può dunque usare "linguaggio" con riferimento soltanto al verbale. Per Sebeok è "linguaggio" e "linguistico" sia il segnico verbale sia quello non verbale del solo mondo umano, mentre è "non linguaggio" e "non linguistico" il segnico del vivente in generale, di cui è parte l'umano, ossia i vari sistemi di comunicazione iconici, indicali, chimico-fisici, tattili, acustici, visivi, olfattivi, gustativi, ecc., dalla bio all'antroposemiotica. L'umano (è questa la sua peculiarità) possiede pertanto sia il segnico linguistico sia il segnico non linguistico, per cui forme di comunicazione non verbale come la moda, la fotografia, le merci, ecc., possono essere chiamate "linguaggi"; e giustamente si dice 'linguaggio della moda', linguaggio della fotografia', 'linguaggio delle merci'.
Negli animali non umani troviamo icone, indici, simboli, segnali, nomi, dice Sebeok, ma non la sintattica, motivo per il quale il loro mondo rimane fisso, la loro modellazione del mondo è capace soltanto di un rapporto isomorfo col mondo che raffigura. Ciò dice della continuità/discontinuità fra il vivente non umano e il vivente umano, che reimposta su basi diverse il rapporto fra natura e cultura.
Il parlare è il linguaggio canalizzato nel verbale. Esso presuppone il linguaggio e non viceversa; è un congegno di comunicazione e uno fra tanti disponibili. Il bambino o il sordomuto che non parlano comunicano con altri mezzi, ma ciò non significa che non hanno una conoscenza (un modello) del mondo che li circonda. All'animale non umano non manca solo la parola, manca soprattutto il linguaggio, mentre all'infante o al sordomuto manca solo la parola.
La semiotica globale di Sebeok, oltre all'allargamento del campo d'indagine della semiotica e al rinnovamento delle sue basi teoriche, pone la questione dell'alterità, del rapporto con le altre culture, con le altre civiltà, con i segni dell'altro; pone la questione etica, ed essa stessa diventa una semioetica.
Oggi, infatti, è necessario che si ponga una particolare attenzione al rapporto semiosi/vita. I segni umani non sono che una minima parte dell'intera semiosi (vita) del pianeta da cui essi sono inevitabilmente dipendenti. Invece la comunicazione mondializzata del nostro tempo e le scienze che la studiano tendono sempre più a trascurare questa dimensione: i segni del vivente non umano, con gravi rischi per la sopravvivenza della vita sulla terra.
La semiotica di Sebeok contribuisce a ridefinire la nozione di identità e di rapporto con l'altro, non basandoli sulla differenza indifferente, bensì sulla differenza non indifferente.
Nella prospettiva della semiotica globale si produce una saldatura fra discorso delle neuroscienze, dell'etica, della bioetica, della critica sociale e quello della semiotica e della filosofia del linguaggio. E ciò, oggi, può costituire una ragione dell'identità scientifico-disciplinare della semiotica.

Microsociologia della mediazione etica delle tecniche quotidiane

Cosimo Pacciolla


Bruno Latour

E' possibile discutere dell'etica nelle cinture di sicurezza? Dell'etica iscritta nelle dimensioni di un portachiavi o esercitata tramite una chiave?
La cosa a qualcuno può sembrare veramente folle, a limite di maniera. Una nuova trovata ordita dai fanatici della tecnologia: "come si può pensare di attribuire a degli oggetti una potenzialità etica?", tuoneranno gli studiosi più assennati.
Eppure, senza gli stessi riguardi teorici, sono molti i critici che non solo hanno riconosciuto l'impatto sociale delle macrotecnologie, ma che si spingerebbero fino al punto di sostenere, come di fatto hanno sostenuto, in modo implicito o esplicito, l'esistenza di una volontà di potenza espressa dalle macchine.
Basti pensare al "Prometeo scatenato", sui cui fatali effetti, rappresentati dall'esplosione nucleare, ci mette in guardia Jonas nel suo Principio responsabilità, o ai legami col capitale individuati e criticati da Lukacs in Storia e coscienza di classe o da Marcuse ne L'uomo ad una sola dimensione, o, ancora, a La tecnica rischio del secolo di Ellul, il quale cerca di tratteggiare una "caratteriologia della tecnica" capace di cogliere <<la relazione tra il fenomeno tecnico e la società>>(1), solo per citare alcuni dei più famosi.
In realtà le critiche di questi ed altri autori sulla stessa linea, pur non essendo prive di fondamento, hanno finito col costituirsi come veri e propri paradigmi di ogni analisi del rapporto uomo-tecnica. In quest'ottica, sfruttamento e pericolo sembrano essere le uniche possibilità di lettura del dato tecnologico, un male col quale si può al massimo cercare di convivere, ma che sarebbe meglio debellare. Verrebbe da dire con Cioran, <<beati tutti coloro che, nati prima della Scienza, avevano il privilegio di morire alla loro prima malattia>>(2). Radicalizzandosi intorno ai due estremi della catena di montaggio e dello sfruttamento ad essa connesso e della bomba atomica e la sua minaccia per l'intero ecosistema, uomo compreso, dall'altro, tali impostazioni hanno finito col trascinare la discussione nell'acqua bassa, ed ormai stagnante, dei pro o contro la tecnologia.
Più di recente, poi, alle preoccupazioni dei pessimisti si è aggiunta la "bomba informatica", per dirla con Virilio, capace di coniugare in sé le prepotenze del capitale ed i pericoli della deflagrazione nucleare; la "scomparsa" del mondo.
Questo tipo di analisi, tuttavia, pur non essendo prive di stimoli importanti per la riflessione, finiscono col fornirci un'immagine distorta del mondo della tecnica. O, quanto meno, un'immagine fin troppo parziale ed insufficiente per comprendere la realtà in cui viviamo.
Innanzi tutto ci offre una visione decisamente sdolcinata ed accomodante dei "bei tempi andati". Chi non ha sentito dire, a dispetto delle statistiche sul boom demografico mondiale e sull'allungamento della vita media nei paesi occidentali, che in passato si viveva di più perché si viveva meglio, in quanto a contatto con la natura. Dimenticando di dire che la natura era talvolta così a contatto con i nostri avi da farli morire di fame e di freddo, costringendoli ad una vita fatta di dolori e ristrettezze. <<Comment prendre au sérieux, dès lors, les critiques récentes concernant les morales dites 'doloristes' de nos anciens?>>, si chiede giustamente Serres, che aggiunge:
Pour avoir oublié, au lendemain meme de le leur levée, ces contraintes millénaires, nous commettons de graves injustices et témoignons d'une incompréhension sotte lorsque nous discourons sur les usages, les morales et même les religions de nos pères, obligés de se donner à eux-mêmes un entraînement soutenu à la souffrance, sous peine de ne pouvoir affronter sa cruauté inévitable et quotidienne.(3)
Ma, l'eccessiva attenzione prestata dall'analisi filosofica e sociologica ad aspetti sociologicamente eclatanti, quali la catena di montaggio o l'esplosione nucleare (quest'ultima, va detto, centrale nella riflessione di Serres, come da lui stesso dichiarato nello stesso Hominessence), ha l'ulteriore torto di cancellare l'immensa trama di microrelazioni oggetto-soggetto che costituiscono il nostro mondo quotidiano, finendo soltanto col creare un varco, una terra di nessuno in cui possono inserirsi pregiudizi e fanatismi di ogni tipo.
In tutte le teorie sociologiche c'è un baratro che separa l'interazione (delimitata da una cornice) tra singoli corpi nudi e gli effetti strutturali che ricadono su quei corpi quasi come un destino trascendente che nessuno ha voluto. Il problema, per ciascun teorico, è quello di decidere quale tipo di operatore sociale sarà in grado di colmare il baratro.(4)
Merito di autori come Serres e Latour è stato quello di riempire questo spazio silenzioso, dando voce agli oggetti delle tecniche che popolavano il baratro della coscienza sociale occidentale.
Superando la visione meramente strumentale dell'oggetto tecnico in quanto intermediario nell'azione del soggetto, Latour ha cercato di spostare la nostra attenzione sulle operazioni di "traduzione" e "sostituzione" operate da quei mediatori che potremmo definire le microtecniche quotidiane. Innanzitutto occorre comprendere che <<L'intermédiaire n'était qu'un moyen pour une fin, alors que le médiateur devient à la fois moyen et fin>>(5) e che <<avec les médiateurs, en effet, commencent toujours des chaînes de médiateurs, autrement appelées réseaux. On n'en finit jamais.>>(6)

   


Quindi, una volta chiarita la funzione della mediazione e la sua natura ambigua di mezzo e fine, si potrà facilmente comprendere come il rapporto del soggetto con l'oggetto tecnico si realizzi fondamentalmente su di un piano di mediazione e non solo d'intermediazione. Si potrà analogamente comprendere in che senso si possa parlare di pratiche di "traduzione" a proposito della forma di un oggetto banale di uso quotidiano, quale la chiave o la cerniera di una porta o la cintura di sicurezza di un'automobile. La forma dell'oggetto, debitrice di una finalità da cui è informata a sua volta informa il soggetto che la usa, trasferendo su di lui le azioni che la sua forma particolare rende possibili. Nel processo d'informazione che lega il soggetto e l'oggetto all'interno dei réseaux in cui si realizza la loro azione, la funzione di mediatore si sposta continuamente dall'uno all'altro. Si può dire che il mediatore <<déplace l'énoncé>>(7) la dove l'énoncé per Latour è <<tout ce qui est lancé, envoyé, délégué, par l'énonciateur, par le nonce>>, per cui <<le sens du mot peut donc varier au cours du parcours en fonction du 'chargement' opéré par l'énonciateur; il peut donc désigner tantôt un mot, tantôt une phrase, tantôt un objet, tantôt un dispositif, tantôt une institution>>(8).
Come qualunque altro tipo di enunciati anche quelli etici possono essere tradotti e mediati all'interno dei réseaux degli oggetti e dei soggetti. Così una cintura di sicurezza traduce nella sua particolare forma e materiale qualcosa di simile ad un imperativo etico del tipo: tu non metterai a repentaglio la tua vita nell'ipotesi di un incidente automobilistico. O il pomo, particolarmente grosso e pesante, delle chiavi della nostra camera d'albergo può contenere l'ingiunzione di non dimenticare di restituirle all'albergatore al momento di lasciare la stanza. D'altro canto, è evidente che la richiesta di attaccare la cintura di sicurezza al fine di non danneggiare la propria salute o quella di restituire la chiave al legittimo proprietario, fanno parte di una più ampia mediazione tra soggetti ed oggetti nei quali vengono "enunciati" i principi del valore della salute e della tutela della proprietà. Pensate cosa ne sarebbe del tema della salute in assenza di una tematizzazione della prevenzione e dunque della diagnostica strumentale e della terapia farmacologica o dell'incidente, nella più ampia accezione di minaccia all'integrità o addirittura alla vita del soggetto e di quest'ultimo senza una considerazione per il mondo degli oggetti e delle tecniche. Virilio, in una accezione polemica, ma non meno pregnante, giunge ad affermare che: <<Inventare un oggetto tecnico, una sostanza chimica, fisica, fisico-chimica, significa inventare un incidente specifico. In questo senso l'incidente è qualcosa d'insuperabile che dev'essere studiato per se stesso.>>(9) Solo all'interno di questa fitta rete di corpi umani, tecniche preventive e terapeutiche ed incidenti (cui vanno aggiunti naturalmente oltre agli eventi naturali anche gli enunciati etici e giuridici), è possibile cominciare a parlare di un problema della salute e, dunque, della funzione della cintura di sicurezza come mediatrice. Analogamente, cosa ne sarebbe dell'idea di proprietà senza una considerazione degli oggetti su cui si esercita tale proprietà, per esempio: la terra del latifondo medievale, l'alloggio nella multiproprietà in un villaggio turistico, il sito in un server su internet.
Certo, questa microsociologia della mediazione etica delle tecniche quotidiane, come abbiamo cercato di definirla, può indignare i più austeri studiosi di etica, da sempre impegnati nella ricerca di valori universali. Può sembrare loro che così si svilisca l'idea stessa di etica, banalizzandola nello studio di oggetti e soggetti grossolani e parziali come un automobilista e la sua cintura di sicurezza o la chiave dell'albergo ed il turista distratto. Ma sbaglierebbero. In quanto l'analisi di Latour non si risolve, come, d'altro canto, dovrebbe essere chiaro parlando di réseaux, in una apologia del microsociale. Infatti, come ha sostenuto di recente:
Non c'è mai bisogno di cambiare il livello d'analisi, ma soltanto l'orientamento degli sforzi e l'entità dell'energia impiegata: o si privilegia l'intensità, considerando molti aspetti di uno o pochi attori; o si opta per l'estensione, e si tiene conto di pochi elementi relativi a un gran numero di attori. Il mondo sociale resta ovunque piatto, senza che sia possibile individuarvi l'increspatura che consentirebbe di passare dal 'micro' al 'macro'.(10)
In fondo, concluderemo con Latour, ciò che conta è che:
Per riuscire ad occuparsi finalmente del corpo sociale in quanto corpo è necessario considerare le cose come fatti sociali; è necessario sostituire alle due illusioni, diametralmente opposte, dell'interazione e della società quella di scambio di proprietà fra attori umani e non-umani; seguire il percorso, del tutto stabilito, con il quale si localizzano e globalizzano le interazioni.(11)

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NOTE:
Ellul J., La tecnica rischio del secolo, Giuffré, Varese, 1969, p.67.
Cioran E.M., Squartamento, Adelphi, Milano, 1981, p. 88.
Serres M., Hominescence, Le Pommier, Paris, 2002, p. 25.
Latour B., "Una sociologia senza oggetto?", in Landowski E. e Marrone G., a cura di, La società degli oggetti. Problemi d'interoggettività, Meltemi, Roma, 2002, p. 209.
Latour B., La clef de berlin, La Découverte, Paris, 1993, p.44.
Ibid., p. 46.
Ibid., p. 47.
Ibid,, p. 50.
Virilio P., La macchina che vede, Sugar&Co, Milano, 1989, p. 190.
Latour B., "Una sociologia senza oggetto?", Op. Cit., p. 226.
Ibid. p. 227.

Paul Virilio, L'incidente del futuro, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002, p.92, euro 7,50.

Frutto di un'iperbole pessimista, senza fondo e senza sfondo, questo libro di Virilio non convince né stilisticamente, né teoricamente.
Stilisticamente: perché nella sua esigua struttura testuale, di sole 92 pagine, risulta gravemente appesantito da un'inutile, quanto grossolanamente giustapposto, numero di citazioni disparate. Sortendo l'effetto di assumere la forma di un patchwork chiassoso e incongruente, come uno dei tanti spot pubblicitari veementemente deplorati dall'autore nel testo.
Teoricamente: perché non si può, a nostro avviso, limitarsi a mettere insieme tutti i mali del mondo sotto la forma di un acritico livore nei confronti del 'progresso' tout court. E che si tratti di un lavoro acritico lo si può affermare, senza tema di smentite, per il fatto che non in una delle pagine di questo testo viene tentata una proposta, fornita un'ipotesi su cui coordinare una diversa opzione politica o esistenziale.
Se il mondo "tecnologico" criticato da Virilio, di cui per altro abbiamo molto apprezzato i precedenti lavori sulla dromologia, sembra connotato dal paradosso della propria sparizione, l'analisi dell'autore, trascinata da un'enfasi demagogica, non è da meno. I grandi assenti in questo lavoro sulle illusioni ottiche e culturali fornite dalle diaboliche tecnologie informatiche, sono gli uomini in carne ed ossa. Gli uomini come agenti sociali e politici scompaiono a favore di una generica specie umana. Tutto sommato il livello su cui opera l'analisi dei "terroristi" della scienza e della tecnologia: "Cancellare l'uomo in quanto tale".
Completamente pervaso fin dentro alla propria struttura testuale dalla folle velocità del mondo contemporaneo, di cui condivide l'inconsistente destino, il lavoro di Virilio manca di un'analisi della dromologia quotidiana, per così dire. Manca dei luoghi e dei tempi che riattualizzano lo spazio umano, da lui ridotti ad una patetica museomania: "Nel momento in cui si è condannati a lasciare definitivamente i luoghi, ci si mette a raccogliere, alla rinfusa, le vecchie macchine-giocattolo, i prodotti e i relitti sentimentali di una modernità fallita", ed a cui autori come Henri Lefebvre e Michel de Certeau hanno dedicato pagine molto importanti.
Ma manca, anche, del tentativo di individuare una prospettiva politica come nell'ultimo Fukuyama, quello di L'uomo oltre l'uomo, per intenderci.
Insomma, l'impressione che si ha leggendo questo libro è che si ritorca contro il suo stesso autore, il quale sembrerebbe rimasto vittima delle due più gravi malattie del nostro tempo: la velocità del giudizio e la sparizione dell'uomo.
Concluderemmo con una citazione dal Sommario di decomposizione di Cioran, filosofo a cui Virilio fa spesso riferimento nel testo: "In ogni uomo sonnecchia un profeta, e quando si risveglia c'è un po' più di male nel mondo…".

Cosimo Pacciolla

Paul Virilio, urbanista e filosofo, insegna al Collège International de Philosophie di Parigi. Dei suoi testi tradotti in italiano ricordiamo: La macchina che vede (SugarCo), La bomba informatica (Raffaello Cortina), La strategia dell'inganno (Asterios), La procedura silenzio (Asterios).


Francis Fukuyama, L'uomo oltre l'uomo. Le conseguenze della rivoluzione biotecnologica, Mondadori, Torino, 2002, pp. 343, euro 17,80.

L'ultimo lavoro di Fukuyama, il cui titolo originale è Our Posthuman Future, ha il merito, a nostro avviso, di costituire un interessante esempio di quello che potrebbe essere un nuovo modo di porsi di fronte alle questioni relative al pensiero postumano. Abbandonando, almeno dal punto di vista metodologico, la trita dialettica dei pro o contro le nuove tecnologie, Fukuyama s'interroga sulle possibilità che queste ultime hanno di modificare il nostro approccio all'idea stessa di politica. In particolare, si chiede in che modo si possa continuare a parlare di politica nei termini in cui fino ad oggi siamo stati avvezzi a fare, all'interno di un mondo che si pone nella condizione di abbandonare non solo teoricamente, ma anche praticamente, l'idea stessa di "una natura umana". Questo perché, come sostiene lo stesso autore nelle ultime pagine del libro: "finora la libertà politica ha significato il diritto di perseguire le finalità stabilite per noi dalla natura". Che ne sarà, dunque, dell'uguaglianza politica degli uomini ereditata dalla modernità, e su cui si fondano le nostre società liberali, se quella biologica dovesse venire meno?
Sia chiaro che l'autore non intende fare del terrorismo ed anzi, alla luce dei suoi studi sui limiti posti alla manipolazione genetica dalla maggior parte dei paesi occidentali, può affermare "che un'alterazione rilevante della natura umana nel prossimo futuro sia un'eventualità molto improbabile". Ma, d'altro canto, non è necessario pensare al caso estremo della manipolazione genetica per comprendere che ogni qual volta ci s'interroga sulla possibilità di applicare all'uomo gli esiti di ricerche in campo biotecnologico, ci si sta di fatto domandando se la natura umana esista e quale debba essere eventualmente il suo destino. Infatti, posto che ci si accordi sulla sua esistenza, sarebbe sempre possibile e non contraddittorio chiedersi: perché non cambiarla?
Ma, proprio nelle risposte fornite dall'autore a questo e ad altri interrogativi da lui stesso acutamente sollevati, maturano alcune nostre perplessità sul rigore metodologico adottato. Infatti, le risposte sembrano precedere in modo così eclatante le domande, che si ha il sospetto che queste ultime siano piuttosto un pretesto per l'affermazione di quelle. Ed è per questo che, se dell'impianto problematico apprezziamo la lucidità e la lungimiranza, restiamo un po' scettici rispetto ai più o meno espliciti, quanto opinabili, richiami ai soliti "valori sociali importanti" prospettati nelle risposte e già oggetto di studio di altri lavori di Fukuyama, come nel caso del precedente: La grande distruzione. La natura umana e la ricostruzione di un nuovo ordine sociale.
Tali richiami ai valori sociali condivisi ci appaiono opinabili non tanto dal punto di vista del contenuto, quanto, come si è già detto, dal punto di vista metodologico, per il fatto che, costituendo essi stessi parte in causa di una interrogazione sul futuro della politica, non possono esserne contemporaneamente i giudici imparziali; cosa che, per altro, dovrebbe essere ben presente ad un autore come Fukuyama che ha dedicato buona parte dei suoi lavori alla comprensione dei cambiamenti culturali in atto nelle società occidentali.

Cosimo Pacciolla

Francis Fukuyama (Chicago 1952) insegna economia politica internazionale alla Jones Hopkins University. Dal 2002 è membro del Council of Bioethics, organo della presidenza degli Stati Uniti. Vive a McLean, Virginia. Tra le sue opere ricordiamo: La fine della storia e l'ultimo uomo (Rizzoli 1992), Fiducia (Rizzoli 1996) e La grande distruzione. La natura umana e la ricostruzione di un nuovo ordine sociale (Baldini&Castoldi 1999). [Dalla copertina]



Clonazione e identità

Cosimo Pacciolla



"La Clonazione" A. Pacciolla 2003

 

Il primo argomento di cui ci occuperemo in questo nuovo magazine dedicato alla cultura postumana è quello della clonazione e del rapporto tra clonazione ed identità individuale.
In questi giorni ha fatto molto scalpore la notizia dell'avvenuta clonazione di un essere umano, per la precisione una bambina di nome Eva, da parte dell'equipe della dottoressa Brigitte Boisselier direttrice scientifica della Clonaid, un'azienda operante nel settore della genetica ed in particolare della clonazione, appunto. Tra i dubbi della comunità scientifica internazionale ed i proclami futuristici della setta Raeliana, cui aderisce la stessa Boisselier e di cui la Clonaid è un'emanazione, si è consumato il solito teatrino del rituale scambio d'accuse: reazionari ignoranti gli uni; criminali irresponsabili gli altri.
Proviamo a fare, schematicamente, il punto della situazione:
Protagonisti della vicenda, i componenti della già menzionata setta Raeliana, fervidi sostenitori delle "ragioni" della clonazione, da questi ritenuta solo un primo, sia pure fondamentale, passo per la realizzazione di un ben più ambizioso progetto; quello del conseguimento dell'immortalità ad opera della scienza e della tecnica. Tale ultimo passo avrebbe la possibilità di essere realizzato solo se si riuscisse a catturare, clonare o comunque tradurre in un qualche modo l'insieme delle "informazioni cerebrali" in cui si configura l'individualità del soggetto da eternare, per poi implementarlo nel cervello del proprio clone biologico. Questo perché ai raeliani è perfettamente chiaro, come esplicitamente affermato dalla Bosselier nel corso di Porta a Porta il programma di Rai1 condotto da Bruno Vespa, che in assenza di quest'ultimo passo la clonazione più perfetta non potrebbe risolvere il problema oggettivo dell'esistenza di due individui dotati di un comune patrimonio genetico. Quindi niente immortalità.
Compatto nel condannare la clonazione, a prescindere dalle sue difficoltà tecniche, il mondo cattolico, convinto assertore dell'intangibilità della persona umana. Per i cattolici la persona umana si forma al momento del concepimento da questo discendono tutte le resistenze ad ogni e qualunque sperimentazione sugli embrioni, clonazione compresa. Inoltre, notoriamente, per i cattolici esiste un'anima individuale ed immortale distinta dal corpo, la cui natura trascendente non può essere clonata.
Il mondo della bioetica, da parte sua, è risultato complessivamente unanime nel condannare l'ipotesi di una clonazione, ma altrettanto complessivamente divisa sulle ragioni della condanna. Per i più vicini al mondo cattolico valgono le ragioni addotte da questo. Per quanto riguarda gli ambienti più laici, ci si rimette piuttosto ad una sorta di deontologia degli scienziati che dovrebbero evitare esperimenti sull'uomo finché non si sarà in grado di garantire l'assenza di rischi per la salute del clone. Tra questi ultimi vi è chi poi semplicemente ritiene l'esperimento non interessante, perché, tenuto conto del dispendio di energia intellettuali ed economiche, non ravvisa elementi di particolare interesse nella ricerca di una perfetta clonazione di un individuo umano.
Complessivamente ci pare di poter sostenere che qualcosa accomuna i favorevoli ai contrari, la convinzione che ad una "replica" di un soggetto biologico non corrisponda in quanto tale la replica dell'individuo umano.
Detto in altri termini:
Poniamo il caso che nell'anno duemila x si sia riusciti a risolvere quei problemi tecnici che, come si è detto, per molti genetisti attualmente restano fondamentali per la corretta riuscita della clonazione.
Poniamo anche il caso che il genitore clonato, fotografia alla mano, riscontri tratto per tratto, capello per capello, grammo per grammo la perfetta coincidenza del proprio figlio con l'immagine di sé che ha in mano.
Poniamo ancora il caso che prima di staccare l'assegno al geniale medico del futuro lo stesso genitore, con un ulteriore verifica in tempi reali grazie a sofisticatissimi impianti oggi inimmaginabili, fosse in grado di sincerarsi della perfetta coincidenza gene a gene del proprio clone.
Ebbene, malgrado tutto, quel bambino sarà un individuo diverso da lui.
Infatti, se la clonazione dell'identità genetica, per quanto tecnicamente difficile a causa del numero di variabili coinvolte, è comunque allo stato attuale della ricerca ipotizzabile, la clonazione dell'identità individuale è, a nostro avviso, inimmaginabile.
Sia chiaro, non c'interessa recuperare la divisione ontologica cartesiana tra mente e corpo, non intendiamo affermare che si tratta di due realtà diverse, per poi impelagarci nell'annosa querelle della filosofia della mente tra monisti, dualisti, etc..
Quello che stiamo dicendo è che un individuo biologico di tipo umano, uscito dal laboratorio in cui attraverso operazioni standardizzate è stato costruito, posto di fronte all'infinito numero di variabili (biologiche, culturali, storiche) che chiamiamo vita, reagirà in modo imprevedibile, come affermano le teorie sui sistemi complessi e quelle del caos.
Insomma, se dovessimo per ipotesi immergere due sistemi aperti perfettamente identici in ambienti virtuali differenti è presumibile che si comporterebbero in modo diverso, perché i feed back di retroazione del sistema e dell'ambiente si regolano in termini stocastici e non deterministici e, come scoprì Lorenz, può bastare (non necessariamente basta) il battito d'ali di una farfalla per ristrutturare l'intero sistema.
Da questo punto di vista, la clonazione non impedirebbe di parlare di soggetti dotati di un identico patrimonio genetico ma di una diversa individualità. Queste osservazioni, ancorché condivise, non limitano né escludono la necessità d'interrogarsi in modo più approfondito sui motivi ed i pericoli etici, politici, culturali, scientifici, etc., della clonazione e più in generale sulle biotecnologie e sul futuro che ci prospettano e che ci consentono di prospettarci.
Per cui scriveteci. Inviateci approfondimenti, indicazioni bibliografiche e indicazioni dei siti più interessanti sui vari argomenti.
Costruiamoci il nostro futuro postumano!

 

Per un'ampia bibliografia sul corpo, vedi:
www.arpnet.it/gramsci/www.
Per quanto riguarda la vicenda della clonazione vedi:
www.clonaid.org
www.rael.org
www.aduc.it
www.mediamente.rai.it
www.enel.it/it/enel/magazine/boiler/boil
www.gte.it/est/clonazione.htm
www.sierr.unina.it/clonazione.htm
www.palazzochigi.it


SITI POSTUMANO:
www.Transhumanism.org/tranlations/italian/FAQTransumanista.htm
www.virtualsociety.sbs.ox.ac.uk
www.posthuman.com

cosimopacciolla@hotmail.com

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